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Politica ed Economia (a cura di La Redazione) . A. XV, n. 165, giugno 2021

Zoom immagine Pavese:
classicità e
inquietudine

di Mario Saccomanno
Pierfranco Bruni analizza
le attività dello scrittore.
Un saggio Pellegrini editore


Cesare Pavese è uno degli scrittori imprescindibili del panorama letterario novecentesco. Per comprendere i tratti peculiari della sua produzione e legarli agli avvenimenti principali della sua vita e alla sua tragica morte, occorre spesso fare i conti con facili ricostruzioni e numerose etichette con cui frettolosamente sovente vengono classificati autori di tale portata.
Il saggio Amare Pavese (Pellegrini editore, pp. 154, € 12,00) di Pierfranco Bruni presenta un Pavese sotto certi versi inedito, spesso poco trattato. Lo scrittore di opere intramontabili quali Verrà la morte e avrà i tuoi occhi o La luna e i falò, ha vissuto nella tragicità del quotidiano, ha costruito i suoi mondi letterari sotto forma di un grande diario. Nel farlo, è forte la dimensione del mito che rinviene dall’analisi dei suoi scritti. Nel saggio, Bruni dimostra come proprio il mito doni senso e giustificazione alla scrittura pavesiana. Per questo motivo, è necessario indagare con fermezza i significati che si celano dietro i simboli, i segni, gli archetipi della produzione pavesiana e cercare di sciogliere gli intrecci, fare i conti col disordine e spingersi fino al limite della comprensione.

Il tema del ricordo e il valore imprescindibile di Pavese
Sin dall’Epigrafe al testo è chiarito uno dei temi principali trattati nel saggio: il ricordo. Infatti, la frase di Cesare Pavese utilizzata dall’autore come introduzione recita: «Le cose si scoprono attraverso i ricordi che se ne hanno. Ricordare una cosa significa vederla – ora soltanto – per la prima volta». Si chiarirà il ruolo decisivo affidato al tema del ricordo intrecciandolo alle altre tematiche peculiari trattate da Bruni.
Di sicuro, occorre anticipare che l’autore ha saputo cogliere e presentare al lettore tutte le sfumature che Pavese ha attraversato nella sua produzione letteraria. L’interesse primario è quello di chiarire i punti nevralgici della sua vita e della sua produzione. Nel farlo, è proprio il tema del ricordo (legato al bisogno di ripercorrere interiormente la propria infanzia, i luoghi ancestrali della storia e del pensiero) che emerge a gran voce.
Pavese, nato nel 1908 a Santo Stefano Belbo e morto suicida nella calda estate torinese del 1950, nel corso dei decenni è stato molte volte osteggiato e temuto anche e forse soprattutto per le capacità mostrate nel corso della sua vita che hanno portato il suo stile di scrittura – tanto poetico, quanto narrativo – a creare veri e propri indirizzi letterari, estetici e linguistici. Bruni prende le mosse proprio dal far comprendere come Pavese sia ancora oggi un punto di riferimento imprescindibile. Afferma in merito: «Il Novecento letterario, nella sua complessità, si apre con D’Annunzio e si chiude con Pavese».
Non a caso, in particolare nei capitoli finali del saggio, Bruni traccia un percorso in cui sussiste un confronto col Vate e con altri autori che hanno dato lustro alla letteratura mondiale, in modo da far comprendere i punti in comune e le peculiarità rinvenibili nei testi di Pavese. Il saggio prende le mosse da un amore nei riguardi della produzione pavesiana da parte dell’autore che è palpabile in ogni pagina del libro. Bruni stesso si sofferma in merito affermando esplicitamente: «Ho amato e studiato Pavese. È parte della mia vita. Molti libri ho dedicato a lui e non per mestiere, ma per un vissuto letterario e umano comune». È un aspetto interessante da cui partire. Di sicuro, nonostante quanto affermato, Bruni non cade mai in facili e ridondanti campanilismi. L’amore nei riguardi dello scrittore non va minimamente a scalfire i temi del saggio che si ramificano dalla volontà di chiarire aspetti spesso secondari e molte volte confusi della sua vita e delle sue opere.

Le radici classiche: il mito e il simbolo
L’obiettivo principale del saggio è quello di mostrare come Pavese sia «tutto nei suoi scritti». Questo fa sì che non possa essere modellato a piacimento, né tantomeno adattato a tutte le culture e, ancor di più, a ogni ideologia. Infatti – a dimostrazione di quanto appena affermato – nel farlo, come sovente è accaduto, Pavese non ha mai perso, né potrà mai farlo, quella sua unicità, quel suo spirito che pervade ogni opera che lo rendono un classico imprescindibile del panorama letterario, non solo italiano, ma mondiale.
Pavese è una figura controcorrente da inquadrare sicuramente nel Novecento italiano, secolo caratterizzato da processi estremamente importanti in cui, all’interno, si ramificano «tragedie e contraddizioni». Bruni, mostrando lo stretto legame intercorso tra vita, morte e opere, afferma che in Pavese si incontrano, appunto, «tragedie e contraddizioni».
Le radici pavesiane, filtrate dalla lezione vichiana letta da Gentile, sono da rinvenire nella classicità. Scrive Bruni in merito: «Dietro Pavese non c’era Gramsci né lo storicismo ma la classicità, il sentimento omerico, Vico e soprattutto Mircea Eliade». L’importanza del mito e del simbolo assumono in Pavese un ruolo fondante. Dal loro legame si forma il terreno fertile in cui lo scrittore di Lavorare stanca si è sempre mosso. Anche i luoghi descritti da Pavese assumono i contorni di luoghi del mito in cui si finisce per spingersi ben oltre la storia. Su questo aspetto, gli esempi riportati nel saggio sono numerosi. Come esempio basta soltanto far cenno alla metaforizzazione dei paesaggi.
La letteratura ha come approdo l’«interpretazione del tempo che attraversa la vita». Nel far questo non si ferma sullo scrutare attento della realtà, ma deve superare ogni realismo, «per chiedere, nelle affascinanti avventure, la favola che si recita nel di dietro dei giorni». Lì, si trova l’incanto, ma anche il disincanto. Dunque, Pavese è un esempio lampante di scrittore che supera a tutti gli effetti il realismo per «approdare a quel simbolo che è fatto di segreti e di misteri».
Di conseguenza, in base a quanto affermato fino a questo momento, è possibile affermare che il saggio di Bruni è un monito per chi sente forte il bisogno di etichettare costantemente autori della portata di Pavese in piccole recinzioni che sì, possono essere utili per ricostruzioni manualistiche e introduttive, ma che nella constatazione pratica risultano approssimative, se non dannose. Pavese è un insieme di aspetti che si colorano di nuova luce a ogni lettura. Il libro di Bruni è fatto di stimoli, di inviti a rileggere i testi fino a trovare non solo i tratti che sfociano nel mito e nell’eternità, ma anche il simbolo e la religiosità presenti nelle poesie pavesiane. Solo facendo fede a questo percorso da compiere in particolare sui testi, è possibile costruire il Pavese che ognuno può dire suo.

L’impossibilità di pensare Pavese al di là del mito
Un altro tema importante che si incontra nel saggio è l’inquietudine, che poggia saldamente su due principi religiosi: speranza e preghiera. Gli scritti di Pavese sono pregni del suo continuo testimoniarsi e «i suoi romanzi, le sue poesie, i suoi saggi letterari sono un lungo diario nel quale l’uomo è un viaggiatore nella memoria e nella storia». Proprio da questo aspetto occorre aggiungere qualche nota decisiva in merito alla definizione di neorealista che spesso accompagna Pavese. Bruni afferma in merito che «il “realismo” viene mutuato dal (nel) mito. Il realismo si supera nel momento in cui il mito si fa memoria».
Pavese va pensato sempre nella dimensione mitica in cui i simboli, i segni, gli archetipi «rappresentano un itinerario di assoluto». È questo uno dei grandi insegnamenti contenuti nel saggio. La tragicità del quotidiano in cui Pavese rimase sempre immerso emerge dal suo continuo trovarsi attanagliato da modelli di personaggi che, a un lettore attento, risultano essere sicuramente contradditori. È un evento che riflette anche la morte: «Nel suicidio Pavese ha cercato di mettere riparo al suo travagliato disordine pensando che soltanto con la morte si potesse raggiungere l’ordine».
La forza del mito è tale da trascendere anche la politica. Di quest’ultimo aspetto non manca comunque nel saggio di Bruni una ricostruzione dei legami e del rapporto col fascismo, sempre da inquadrare in un contesto e in un modo d’agire tipicamente apolitico.

Le grecità sommesse
Come chiarisce Marilena Cavallo nel contributo posto a conclusione del saggio, Pavese «vive di grecità sommesse». Per comprendere al meglio questo aspetto fondamentale che si incontra con insistenza nel saggio, è opportuno chiarire il rapporto tra la parola e il tempo. Il bisogno di oralità si costruisce dal desiderio non solo di non dimenticare, ma anche di tramandare. L’oralità in Pavese è percepita anche tramite i personaggi-viaggio. Questo avviene perché è egli stesso alla continua ricerca del desiderio del viaggio e perché, come chiarisce Bruni, è «un uomo che ha assunto la metafora del viaggio come un indefinibile destino».
È proprio la dimensione del classico che trascende quella del realismo. Nella scrittura pavesiana il viaggio è cercare, «cercare cercandosi». Il mito, il simbolo, il senso del viaggio hanno come solida base Omero (che primeggia) e Virgilio. Nel mezzo, si colloca tutto il peso esercitato da Vico, soprattutto in merito al valore della storia, su cui Bruni si sofferma a lungo.
Legato inscindibilmente al viaggio è il tema del ritorno e della nostalgia, che «diventa una nenia tanto da somigliare al pianto» nei Dialoghi con Leucò. Per Bruni, si tratta sempre di un pianto greco. Di conseguenza, emerge ancora la grecità pavesiana. Per questo motivo, «la stessa Itaca non è soltanto un luogo della geografia reale o metaforica o poetica. È un luogo della presenza e dell’assenza e del ritorno».
Da qui, nel saggio, è inevitabile affrontare il tema della donna-mito, Bianca Garufi e della donna-fuga, Costance, nella cui figura si alimentano tutte le contraddizioni avvolte di mistero che restano insolute in Pavese. Bruni si spinge al punto di presentarle, farle nitide agli occhi dei lettore. Il suo obiettivo, compiutamente realizzato, è far notare con novizie di particolari tutti gli spigoli del pensiero pavesiano. Il lettore non può far altro che trovarsi immerso in un mondo in cui a fianco di imperituri punti di riferimento, ruotano accecanti strappi alla quotidianità fatti di inspiegabili azioni o contraddizioni. Constance stessa diventa metafora dell’America o molto altro, impossibile dirlo. Di sicuro, Costance è «l’altra metafora del mito».
Questo disordine non è solo un rischio, ma anche un’armonia. Occorre farci i conti, immergersi «nella complessità delle interpretazioni» fino ad approdare in una dimensione in cui è forte il tessuto spirituale che «ha una profondità metafisica» ricoperta dal silenzio.

Mario Saccomanno

(www.bottegascriptamanent.it, anno XV, n. 165, giugno 2021)

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