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A. XVI, n. 176, maggio 2022
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Storia (a cura di La Redazione) . A. XV, n. 164, maggio 2021

Zoom immagine Un libro che ruota
attorno a una
semplice immagine

di Massimiliano Bellavista
Un romanzo formativo sui generis,
ben descritto da Giuseppe Sabino


Ci sono storie dotate di incipit molto forti che marcano tutto il resto, spostando il centro di gravità di tutta la narrazione. In questo romanzo breve Tacchi di latta. L’amorale (Castelvecchi, pp. 144, € 15,50), pare che Giuseppe Sabino abbia proprio voluto seguire quella che fu la lezione di Kurt Vonnegut, il quale nell’introduzione alla raccolta di racconti Bagombo Snuff Box inserì otto buone e ancora oggi celebrate regole per scrivere un racconto. Alcune di queste regole le riportiamo qui di seguito: «Inizia il più vicino possibile alla fine. Da’ al lettore almeno un personaggio per cui possa fare il tifo. Ogni personaggio dovrebbe volere qualcosa, anche soltanto un bicchiere d’acqua».

Inizia il più vicino possibile alla fine
Il libro, che fa parte della “Scuderia letteraria” di Bottega editoriale, inizia e finisce con la stessa struttura: il protagonista di fronte ad un viaggio. Collegata a questo viaggio, una nuova e ignota fase della sua vita. Il piccolo Giulio dapprima, un bambino diverso, particolare, il quale «[…] in ottobre partiva, senza sapere che giorno fosse, né dove lo portassero, né il nome del collegio». Alla fine, dopo un lungo e tortuoso percorso di formazione costellato di ostacoli, è invece un Giulio ventenne e uomo fatto che parte di nuovo da casa, questa volta per Genova e per un nuovo lavoro.
Il libro inoltre inizia e finisce con l’immagine di una camminata, che è all’inizio immagine rivelatrice dei temi trattati dal libro, ma che nel desinit assume il senso di una liberazione per il protagonista che vuole «arrivare in città camminando sulla riva» perché quella riva, quel mare rappresentano un vero e proprio trampolino di lancio verso il futuro.
Ma è soprattutto l’immagine iniziale che colpisce, quei passi e quell’incidere che danno il titolo al romanzo «A Giulietto passavano una punta di carbone attorno agli occhi, la cipria sulle guance, una macchia di rosso sulle gote. Rimediavano due scatolette vuote di latte della conserva di pomodoro, le bucavano su due lati e le fissavano sotto le scarpe del piccolo con uno spago che legavano alle caviglie […]. I vicini udivano il rumore dei tacchi di latta, si affacciavano, accorrevano, vociavano, venite, venite a vedere come Giulietto sa fare la signora!».

Da’ al lettore almeno un personaggio per cui possa fare il tifo
Giulio si trova catapultato fuori dalla sua famiglia, lontano da casa, a Calambrone, tra Pisa e Livorno. Impossibile per il lettore non immedesimarsi con lui, piccolo ma niente affatto sprovveduto, ben conscio che la madre lo sta di fatto abbandonando e che «sarebbe tornato a casa sempre quando voleva la Madonna».
Lui che è un ragazzo speciale e molto intelligente, ha il solo torto di essere diverso da come la società e la famiglia lo vorrebbero e di avere una sensibilità molto particolare, si trova a destreggiarsi tra sogni e disillusioni, tra passioni e violenze, dovendo sempre e necessariamente muoversi nella vita in punta di piedi e senza fare rumore, su tacchi di cristallo più che di latta insomma. E questa situazione omogenea unifica idealmente casa sua con quel luogo alieno e con tutti quelli che frequenterà, al Nord, proseguendo con tenacia e successo i suoi studi. «doveva vivere come un condannato al purgatorio non per i peccati commessi, ma per quelli che avrebbe potuto commettere. Solo mentendo, nascondendosi, poteva spendersi una parte della sua migliore età. L’altra doveva fantasticarla, nella speranza di poterla vivere un domani in una terra lontana». In questo forse a ben vedere, sta forse il fascino di tutta questa storia, nell’essere cioè la storia di un percorso di formazione che necessita da parte di Giulio di una forza e di una determinazione quasi sovrumane, costretto come è a vivere e a maturare la consapevolezza di due vite, di cui una la può osservare e vivere effettivamente solo a sprazzi, come dal buco della serratura. Ma Giulio sa quel che vuole, a piccoli passi, anche se incerti come quelli che si possono compiere su vertiginosi e insidiosi tacchi di latta, riesce a domare la vita e ricondurla in un alveo favorevole o quanto meno accettabile. E al contempo, riesce ad acquisire la cognizione e la padronanza dei suoi sentimenti, come quando risponde al compagno Alfredo che obietta che non ci si può fidanzare tra persone dello stesso sesso. «Non dividere il mondo in maschi e femmine, in paradiso ci sono i maschi, le femmine e gli angeli, l’amore si può vivere in maniera diversa; ci sono tanti modi per viverlo serenamente, l’amore è un mondo che non ha confini, non è catalogabile, parla senza parlare, se parla, parla poco, ti abbraccia anche se non ha braccia, ti bacia anche se non ha bocca».

Ogni personaggio dovrebbe volere qualcosa, anche soltanto un bicchiere d’acqua L’ultimo insegnamento di Vonnegut qui citato verteva sulla caratterizzazione dei personaggi, dei compagni di strada del protagonista. Si dà il caso che questo libro ne abbia molti, tutti connotati da pennellate sottili ma assai penetranti, personaggi che di certo e chiaramente vogliono fortemente qualcosa, per Giulio e spesso da Giulio. Il lettore ne troverà ampia evidenza nella caratterizzazione a più riprese fornita dei membri della famiglia di Giulio, con la loro ottusità e violenza nel voler determinare e regolare tutti gli aspetti della sua vita, ma anche nella descrizione dei giovani compagni di strada del suo percorso di crescita, quelli positivi, come Dionisio e Francesco o anche i bulli come Caiazzi o Tancredi.
Ma si sa che ogni uomo è isola e storia sé stante, spesso anche indecifrabile o inattesa, come Giovanni, che fornisce a Giulio una inaspettata via di uscita dal tunnel della violenza e dell’emarginazione. Perché alla fine, ed è proprio in questo che si vede lo spessore del libro (e che si compensa qualche situazione narrativa a volte un po’ eccessivamente marcata e prevedibile o al contrario in altri casi troppo superficialmente descritta), niente nella vita va a senso unico e anche chi è discriminato può discriminare, pensando che tutto ciò che lo circonda sia necessariamente ostile e negativo. Insomma il messaggio della storia è complesso ma infine positivo, nel senso che ciò che di buono si semina nei cuori degli altri permette a qualcuno di loro di superare il pregiudizio. In questo frangente va segnalato il tecnicamente ben riuscito ruolo allegorico giocato dal mare, dapprima apparente spettatore neutrale e silenzioso della crescita, delle fughe e del vagabondaggio del protagonista ma poi primo attore della storia, sinonimo di un destino capace di ricondurre in porto una vita che a un certo punto della storia sembra stancamente alla deriva, quando il protagonista vi si abbandona come un relitto. Del resto, come diceva Giulio all’inizio del libro, si ritorna a casa quando vuole la Madonna. Questa volta però a farlo tornare, decisivamente, a casa, anziché una figura generica e indistinta, è una figura divina creata da un giovane uomo maturo per forza, per così dire, “a sua immagine e somiglianza”, la Madonna Nera di Capo Lacinio: «Nei momenti particolarmente tristi, se la immaginava un poco spaesata, lei nera, fra le tante bianche, proprio come era spaesato lui fra i suoi compagni di scuola».
Personaggio singolare quindi, questo Giulio, che merita la vostra lettura. Camminare su quei metaforici tacchi è arduo, si può cadere. Tutto sta a rialzarsi, anche grazie a sostegni a prima vista invisibili.

Massimiliano Bellavista

(www.bottegascriptamanent.it, anno XV, n. 164, maggio 2021)

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