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Comunicazione e Sociologia (a cura di La Redazione) . A. XV, n. 164, maggio 2021

Zoom immagine I cambiamenti
della leva

di Mario Saccomanno
Marco Rovinello
analizza un tema
storico chiave


L’8 maggio 2001, con un decreto legislativo, è stata sancita la sospensione a tempo indeterminato del servizio militare obbligatorio. Da quel momento in avanti, la scelta è caduta verso il professionismo. A ben vedere, risulta evidente come il decreto non sia da considerare un evento isolato, capace di cambiare le carte in tavola d’un colpo, ma, al contrario, sia da intendere come momento conclusivo di un processo già ben avviato che, gradatamente, dalla metà degli anni Ottanta in poi, ha smorzato sempre più il senso che la leva aveva assunto nel corso di tutto l’Ottocento, oltre che nella prima metà del Novecento. Dunque, inquadrando il tema della sospensione del servizio militare obbligatorio in un’ottica più ampia, si nota come il processo, per essere capito a fondo, debba essere inserito in una tendenza molto radicata che ha coinvolto non solo l’Italia, ma gran parte dei paesi europei. Infatti, i sistemi di reclutamento volontario hanno sostituito progressivamente la coscrizione: una delle cause principali di questo cambio di tendenze è da rintracciare nel nuovo scenario venuto a formarsi con la conclusione della Guerra fredda. Proprio col sorgere di questo nuovo contesto, si è sentita la forte urgenza di dover contare su eserciti professionali. Inoltre, una forma di contrasto nei riguardi della leva era già da tempo riscontrabile in arti come la musica, la letteratura e il cinema, diventati sempre più veicoli privilegiati dell’antimilitarismo. In particolare, di lunga tradizione, i canti contro la leva hanno spesso assunto nel corso dell’Ottocento e, ancor più nel Novecento, un carattere non solo derisorio, ma politico e spesso di forte protesta.
Di sicuro, sebbene il decreto legislativo sia da incanalare in una tendenza già in atto, la sospensione ufficiale del servizio militare obbligatorio è stato un «provvedimento epocale». Infatti, si è posto fine a un fenomeno estremamente rilevante, capace di continui mutamenti e adattamenti camaleontici, non solo nella penisola italiana. Proprio le varie trasformazioni mostrano come, nei contesti più disparati, ci sia stata spesso la necessità di considerare la leva obbligatoria come tassello fondamentale e imprescindibile di uno stato. Quest’ultimo aspetto ha riguardato anche realtà novecentesche rispondenti a visioni politiche tipicamente di sinistra, che hanno difeso il fenomeno soprattutto in chiave di tutela antigolpista.
Il testo di Marco Rovinello Fra servitù e servizio. Storia della leva in Italia dall’Unità alla Grande guerra (Viella, pp. 824, € 60,00) passa in rassegna gli aspetti peculiari della leva, mostrandone gli intrecci indissolubili avuti nel tempo con, ad esempio, la politica, l’economia e la scolarizzazione. Per questo motivo, il lettore si trova dinanzi una ricerca ampia e dettagliata sulle molteplici sfumature che presenta il tema. Inoltre, le ricostruzioni dell’autore permettono di inserire quanto sottolineato di volta in volta sulla leva nelle vicende italiane di più ampio raggio. Di conseguenza, si forma una maggiore consapevolezza in merito a tutti gli avvenimenti storici cruciali degli ultimi due secoli che hanno caratterizzato la Penisola.

Fare luce sul reclutamento e sul servizio militare italiano
In Italia scarseggiano gli studi sul reclutamento e sul servizio militare. Lo stesso non avviene in altri paesi, dove sono già molti i contributi che hanno permesso di cogliere diverse sfumature del fenomeno. Anche solo per quanto appena affermato, si può facilmente comprendere la portata del testo di Rovinello. Frutto di uno sforzo decennale, il volume si caratterizza per la grande mole e per la voglia manifestata dall’autore di cogliere i diversi aspetti del tema che viene presentato. Le analisi colmano lacune, pongono domande e sollevano altre numerose riflessioni. Il testo è strutturato in modo tale che ogni valutazione è prontamente accompagnata da un apparato consistente di note che consente al lettore interessato agli aspetti precipui di una delle numerose analisi di risalire alle varie fonti utilizzate. Questo modo di procedere rafforza inevitabilmente le conclusioni avanzate dall’autore. Inoltre, quanto affermato acquisisce ancora più valore se confrontato con la corposa Bibliografia posta a conclusione dell’opera.
Di sicuro, le analisi avanzate da Rovinello «dissolvono la storia militare in quella più generale dell’Italia liberale». Per questo motivo, l’intento, pienamente corrisposto, risponde a quanto riferito dall’autore stesso sin dalle prime pagine del volume: «Questo libro si propone di contribuire a far uscire un tema classico della storia non solo contemporanea dal dimenticato ghetto in cui la storiografia sull’Italia otto e primonovecentesca l’ha cacciato».
Riuscire in questo compito significa analizzare la leva a 360 gradi, «inserendola appieno nelle vicende italiane e nel ricchissimo quadro di transfer transnazionali e di processi mimetico-adattivi in cui essa si colloca». Ecco perché dietro l’analisi delle peculiarità che hanno contraddistinto la leva in ogni fase della storia italiana, da quella pre-unitaria agli anni del primo conflitto mondiale, c’è sempre una preparazione storica ad ampio raggio molto profonda.
È opportuno sottolineare come il testo si concentri principalmente sul periodo liberale. Infatti, è in quel contesto che la coscrizione si è inserita con forza nella costruzione dello stato-nazione. Le ricche analisi avanzate da Rovinello mirano a far comprendere come la leva obbligatoria sia da includere in un contesto di sviluppo economico-urbanistico disomogeneo che, man mano, ha mutato forma spingendosi fino all’avvento della società di massa. Anche per far comprendere i cambiamenti lenti e graduali, frammisti comunque a forti cesure, i capitoli del testo, per scelta dell’autore, non sono tematici, ma presentano una struttura cronologica che mira a «mettere in discussione il marcato immobilismo attribuito da tanta letteratura al mondo militare».

La multidimensionalità del fenomeno
Terminata la fase rivoluzionaria e napoleonica, gli Stati europei hanno abolito quasi unanimemente la coscrizione obbligatoria. Tra le tante motivazioni utilizzate per giustificare la scelta, salta agli occhi il considerare la leva obbligatoria come «una delle più pericolose eredità della Rivoluzione». Così, in Francia, come in Olanda, all’esercito ha fatto seguito la formazione di una legione di volontari. In altri contesti (ad esempio in Spagna) la gestazione è stata molto più lenta e, per questo motivo, la rinuncia al servizio militare obbligatorio è stata parziale e spesso solo temporanea. In molti territori ha contribuito al susseguente ritorno alla leva anche e soprattutto la carenza di volontari e la possibilità di creare una solida burocrazia in grado di rendere effettivo «il controllo del territorio e delle popolazioni che lo abitavano».
La Prussia può essere presa come esempio per capire le motivazioni che hanno spinto a introdurre nuovamente la leva in numerosi contesti. Infatti, la naja è stata assunta come elemento decisivo per espandere la civilizzazione e la nazionalizzazione delle classe inferiori. Tra i molti paesi che hanno ristabilito la leva rientra anche la Francia dove agli eccessi napoleonici è seguito un tentativo di moderazione, come attestano anche le esenzioni e le agevolazioni per specifiche categorie che hanno formato uno iato tra un reclutamento universale come principio, rispondente, in pratica, a un contesto ben più ristretto, spesso a danno delle popolazioni abbienti.
La leva è un fenomeno che ha coinvolto tutta la Penisola sin dal momento della Restaurazione. Anche nel Regno delle Due Sicilie le categorie esentate hanno finito per portare man mano «nelle caserme quasi solo i ceti meno abbienti del Mezzogiorno continentale». Nel primo capitolo del volume, Rovinello si sofferma sul periodo pre-unitario e passa in rassegna, tra gli altri aspetti, anche le peculiarità che hanno contraddistinto il reclutamento sabaudo. Il Regno di Sardegna, afferma l’autore, si è trovato a contare già dal 1817 su un esercito «adeguato alle esigenze del piccolo Stato sabaudo». Risultano importanti le motivazioni che l’autore inserisce poiché consentono di comprendere come si sia giunto a considerare il reclutamento sabaudo adatto alle numerose esigenze sorte con la formazione dell’Unità. L’autore non manca di sottolineare anche i limiti e i successivi cambi di rotta che hanno portato alle importanti modifiche avvenute negli anni Cinquanta, periodo in cui il reclutamento è stato strutturato in modo differente in tutte le sue ramificazioni interne, passando dalla disciplina e dalla giustizia dell’impianto militare sabaudo.

Il servizio militare come snodo cruciale del Regno
Rovinello sottolinea come il servizio militare sia stato un «momento cruciale di incivilimento, modernizzazione, nazionalizzazione e fidelizzazione alle istituzioni monarchico-liberali». Occorre tenere in mente che la prima leva davvero nazionale è stata quella del 1863, contesto nel quale si è assistito all’impreparazione da parte dei poteri locali e alla loro «ritrosia a collaborare con le autorità governative», oltre che alle resistenze da parte delle fasce popolari con conseguente incapacità di controllo dello stato. Di conseguenza, tramite l’analisi della conformazione della leva obbligatoria, Rovinello mostra tutte le attitudini palesate dalla classe dirigente nei primi momenti post-unitari nelle varie parti della Penisola. In particolare focalizza l’attenzione verso il Sud del paese, in un contesto contrassegnato da forti e durature resistenze.
Infatti, è opportuno segnalare che solo dopo l’Unità d’Italia il servizio di leva è stato esteso in modo progressivo a tutti i territori della Penisola, rappresentando una novità non di poco conto per grosse fette territoriali del nuovo Regno. A ben vedere, strettamente legato alla famigerata imposta sul macinato, la legge sul servizio militare obbligatorio è stata una delle concause che ha spinto la popolazione del Sud Italia a vivere una quotidianità ben lontana dalle abitudini che fino a quel momento avevano contraddistinto la sua esistenza. Proprio il dover fare i conti con una nuova realtà ha accresciuto a dismisura il malcontento. Infatti, anche e soprattutto in quest’ottica è da intendere il rinvigorimento del fenomeno del brigantaggio, che ha assunto proprio in quel periodo connotati inediti da cui sono scaturite quelle incapacità di controllo a cui si è fatto cenno poc’anzi. L’autore afferma che il malcontento era radicato al punto che «l’Italia del 1863 non era solo un paese giovane ma anche un paese in guerra con se stesso». Per questo motivo, nel testo è dato molto risalto alla modalità tramite cui si è imposta l’autorità. Infatti, si passano in rassegna le campagne estenuanti contro il brigantaggio, la rivolta di Palermo e la III guerra d’Indipendenza. br> Il testo prosegue facendo notare come la mobilitazione antiasburgica nel 1866 abbia messo in risalto un’euforia straordinaria grazie alla quale «il paese aveva supportato lo sforzo bellico», di una guerra vista come giusta. In questo contesto, vi è stata una risposta incredibile che Rovinello analizza nel terzo capitolo del libro, in cui si arriva facilmente a comprendere come, nonostante le lotte intestine, il giovane Regno sia arrivato a schierare oltre 200.000 uomini.
Occorre notare come l’autore non si limiti a una mera ricostruzione degli eventi. Infatti, inserisce profonde e minuziose analisi nei riguardi dei dibattiti del periodo di volta in volta discusso. Nel caso specifico, è importante conoscere le varie posizioni in merito alle riforme del sessennio 1871-75. Infatti, i cambiamenti hanno apportato un decisivo adattamento verso il modello prussiano, oltre che a un compromesso fondamentale tra l’astrattezza che riguardava il principio di obbligatorietà personale e la concretezza che coinvolgeva numerosi altri fattori, come le dinamiche che segnavano la vita parlamentare, la situazione geopolitica italiana e tutte le esigenze economiche del Regno. Di sicuro, questi nuovi parametri sono risultati efficaci per tutti gli anni Settanta.

L’elemento marziale e la renitenza
Ci sono alcuni aspetti particolarmente significativi che vengono lucidamente analizzati nel testo. Su tutti, i lasciti ottocenteschi che nel XX secolo hanno segnato il contesto militare. In particolare, si nota il progressivo ampliamento dei contingenti, «col conseguente arruolamento sempre più massiccio dei ragazzi di condizione borghese». Ancora, è opportuno sottolineare la pervasività sempre crescente, sorta a partire dagli ultimi due decenni dell’Ottocento, dell’elemento marziale dell’istruzione militare. Questo aspetto è riscontrabile anche in ambienti ben distanti dalla competenza militare, sintomo palese di come la lettura del libro porti numerosi contributi atti a sciogliere nodi relativi a temi di svariata natura.
Sono tutti aspetti che vengono affrontati nel testo con lucidità ammirevole. Solo come esempio si pensi al contesto educativo-scolastico e al suo irrigidimento avuto proprio nel corso di quei decenni. Da qui sorge l’ambivalenza che ricalca anche il titolo scelto dall’autore. Si pensi anche ai tentativi avanzati per militarizzare la cittadinanza, che devono essere inquadrati in un atteggiamento molto diffuso nell’Europa del tempo. Si arriva fino a una cieca obbedienza, a una servitù basata sulla forte paura della sanzione, che si abbina sempre più agli altri capisaldi dell’istruzione militare: l’incivilimento e l’addestramento tecnico delle reclute.
Nell’ultimo capitolo del testo Rovinello si spinge fino agli anni della Grande guerra. Lo fa dando enorme peso a tutte le contraddizioni che hanno segnato i decenni che hanno preceduto il conflitto mondiale. È importante notare come nel contesto pre-bellico la gioventù dell’epoca «era ormai investita in proporzioni significative dalla naja, al punto da rifunzionalizzarne l’esperienza, farne una tappa fondamentale del proprio ciclo di vita e inserirla nel ristretto novero dei ricordi indelebili». Di sicuro, dalle ricostruzioni emerge come la leva abbia dato un apporto decisivo al paese, sebbene alla vigilia della guerra «era senza dubbio lungi dall’essere perfetta».
Oltre alle numerose imperfezioni, Rovinello mostra come il servizio militare alla vigilia del conflitto non fosse assolutamente un’esperienza capace di mutare «reclute in macchine da guerra pronte a trionfare in un conflitto moderno su larga scala». Di più: la preparazione – sia tecnica, sia militare – dell’ufficialità era modesta. Tra i difetti principali della leva italiana, è da includere sicuramente il grande tasso di renitenza. Rovinello sottolinea l’andamento dei primi anni del Novecento, «numeri importanti e abbastanza stabili, che denunciavano la costanza del fenomeno». Eppure, questo numero percentualmente significativo non ha impedito di garantire per tutta la durata del conflitto un numero consistente di uomini, reso obbligatorio sia dall’intensità, sia dalla durata della guerra.
È chiaro che non regge una spiegazione monocasuale anche – e forse soprattutto – nei riguardi dei refrattari nel contesto bellico. Così come per numerosi altri aspetti che hanno contrassegnato le vicende della coscrizione dall’Unità al primo conflitto mondiale, anche in questo caso Rovinello sottolinea l’importanza di ogni fattore capace di determinare la crescita avuta nella renitenza. Di sicuro, quel limbo in cui si è trovata a vivere l’Italia nei primi mesi del conflitto ha alimentato «la titubanza di chi esitava a rischiare la vita in trincea». Anche nel contesto pre-bellico, la refrattarietà ha intessuto un legame inscindibile con l’emigrazione. Scrive in merito l’autore: «A ingrossare le statistiche dei mancanti alla chiamata al punto da portare a quasi il 79% gli emigrati sui 470.000 renitenti denunciati fra il 1915 e il 1919». Di sicuro, la renitenza era una conseguenza dell’emigrazione e non un incentivo. Occorre ancora sottolineare che la renitenza ha interessato tutte le parti coinvolte nel conflitto.
Di conseguenza, tenendo conto di questo aspetto, e soprattutto mettendolo in confronto coi dati che hanno caratterizzato gli altri schieramenti, Rovinello conclude che i fattori penalizzanti sono stati altri. Infatti, a rilevarsi esiziali sono state tutte le incomprensioni personali sorte in quel periodo e, soprattutto «le faglie sempre più profonde fra il Ministero della Guerra, Stato Maggiore, governo e Parlamento, che risalivano almeno all’età umbertina ma che fecero sentire i loro effetti più drammatici nella cruciale fase della neutralità e poi del conflitto». A questi aspetti si sono aggiunti altri problemi di svariata natura che hanno portato l’Italia a mostrare «limiti inammissibili per una guerra totale come quella del 1914-1918».

Mario Saccomanno

(www.bottegascriptamanent.it, anno XV, n. 164, maggio 2021)

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