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Civiltà letteraria (a cura di La Redazione) . A. XV, n. 163, aprile 2021

Zoom immagine L’attualità
del pensiero
di Max Weber

di Mario Saccomanno
Un saggio di Franco Ferrarotti,
edito Armando, fa emergere
i temi chiave del sociologo


Per comprendere a fondo il pensiero di Max Weber, risulta davvero importante mettere in evidenza come il sociologo di Erfurt avesse sempre dinanzi ai suoi occhi la concretezza dei problemi da affrontare e di come legasse continuamente quanto di volta in volta affermato ai temi politici scottanti del suo tempo. Ancor di più, è fondamentale chiarire la natura delle contraddizioni che caratterizzarono il suo peculiare modo di agire e di interrogarsi. Sono aspetti che si legano inevitabilmente a riflessioni quali il perché dell’obbedienza da parte degli uomini oppure l’intreccio tra capitalismo e protestantesimo.
Il saggio Max Weber. Il problema del potere (Armando editore, pp. 158, € 14,00) di Franco Ferrarotti mira a scandagliare i tratti fondanti del pensiero weberiano che ancora oggi non smettono di influenzare le riflessioni più acute del presente. Nell’analizzare le caratteristiche della prosa di Weber, che Ferrarotti definisce «ossessionata», bisogna fare i conti con molti aspetti che possono sfociare facilmente, come sovente è accaduto, in posizioni ben lontane dagli intenti manifestati dal sociologo tedesco.

Un classico più usato che compreso
Franco Ferrarotti ha dedicato numerosi contributi volti ad approfondire alcuni punti critici della produzione del sociologo tedesco Max Weber (1864-1920). Questo interesse perdurante e ritornante – come chiarisce nella Prefazione del testo che si prenderà in esame – è dovuto principalmente a una «profonda consonanza interiore». Weber è sentito vicino al modo di pensare dell’autore per il suo ruolo da outsider, per il continuo rifuggire ogni compromesso politico. Le ricche e variegate riflessioni avanzate da Ferrarotti portano a considerare il sociologo al pari di un «fratello maggiore, certamente come un compagno di strada».
Occorre sottolineare sin da subito come, forse anche per questa vicinanza, nei quattro capitoli di cui si compone il saggio non mancano certo critiche, analisi lucide nei riguardi dei tratti più fragili che presenta il pensiero weberiano, soprattutto considerando gli sviluppi storici, sociali e politici susseguenti al 1920, anno in cui il sociologo di Erfurt venne stroncato all’età di 56 anni dall’epidemia postbellica detta “la spagnola”.
In effetti, a poco più di cent’anni dalla morte, le riflessioni del pensatore tedesco risultano ancora stringenti, ampiamente citate e a lungo discusse. Questo interesse viene lucidamente spiegato da Ferrarotti col collocarsi di Weber tra due correnti che hanno dato una forte spinta allo sviluppo esponenziale delle scienze sociali: il Positivismo e lo Storicismo. In più, il sociologo mostrò sempre un vivido e costante interesse verso la soluzione di quei problemi che ancora oggi interessano quotidianamente la società globale odierna. In base a quanto affermato, il proposito del saggio di Ferrarotti è, in primo luogo, quello di mettere in luce la «comprensione dell’intento profondo di Weber e del suo metodo di lavoro». L’urgenza di soffermarsi su questi aspetti è data principalmente dal fatto che «Weber è stato più usato che compreso».

Un sociologo enciclopedico atipico
Molti autori hanno attinto a piene mani dalle posizioni weberiane. Eppure, quest’ammirazione, questo debito nei suoi riguardi non ha mai portato alla costruzione di una corrente facente capo sistematicamente ai pensieri del sociologo. Le particolarità di Weber sono numerose. Infatti, afferma puntualmente Ferrarotti, il sociologo è restato sempre «un solitario artigiano intellettuale», una figura atipica, difficilmente etichettabile. Per questo motivo, Weber è definito dall’autore un «sociologo enciclopedico» che non può rispondere a categorie precostituite. Nonostante ciò, Ferrarotti mostra come l’atipicità non assuma mai un peso rilevante nelle sue ricerche. A ben vedere, gli scritti di Weber pullulano di domande che hanno bisogno sempre di una «verifica empirica», aspetto di fondamentale importanza su cui si sofferma a lungo Ferrarotti.
In primo luogo è opportuno far notare come l’autore indichi tra i motivi dell’attualità di Weber la modalità d’azione utilizzata dal sociologo. Scrive in merito: «Questa ampia, suggestiva problematica non resta in Weber allo stadio della formulazione astratta, filosofeggiante». Volendo analizzare questa affermazione si giunge a comprendere la differenza che intercorre tra il sociologo, il saggista e il filosofo. Il sociologo collega le proposizioni generali a indicatori empirici. Infatti, al convincimento privato del filosofo, dal punto di vista sociologico deve necessariamente subentrare «una proposizione scientifica verificata, ossia non più personale ma valida intersoggettivamente». Weber ha costruito le sue analisi, le sue soluzioni a partire dal suo vissuto e dai problemi sollevati nel suo orizzonte storico. Infatti, nelle sue riflessioni, ha sempre dato particolare importanza a rifiutare una mera astrazione. I suoi pensieri vengono costantemente legati a dati empirici che hanno il compito di confermare ogni traguardo intellettuale raggiunto. Ferrarotti analizza nel saggio cosa significhi questo approccio e quali conseguenze comporti questo modo d’agire «sia sul piano della elaborazione teorico-concettuale sia su quello della ricerca sul campo».

Lavorare da poeta partendo dagli interessi soggettivi
Ferrarotti fa comprendere come un classico possa essere utile e, al contempo, pericoloso. La lettura offerta nel saggio è critica poiché i temi scelti vengono inquadrati nel contesto in cui hanno preso la loro conformazione. A questo aspetto, l’autore aggiunge anche la necessità di porre domande scomode che mirano a far comprendere quanto vi sia di vivo e caduco in un pensatore. Per questo motivo, le conclusioni avanzate da Weber vengono messe dinanzi anche ai problemi odierni. La lettura di Ferrarotti è, di conseguenza, a tutti gli effetti, «aperta sul presente»
I temi affrontati sono molti. Per esempio, Ferrarotti passa in rassegna come il teorizzatore della “avalutatività” mescoli di continuo le sue questioni all’attualità, in particolare nella prima parte della sua produzione. Inoltre, sottolinea come in Weber nulla lascia trasparire «l’intento di sistematicità che si sarebbe poi scoperto nella postuma poderosa opera Wirtschaft und Gesellschaft (Economia e società)». Quest’ultimo aspetto è riconducibile a quanto affermato da Ferrarotti in merito all’atipicità di Weber manifestata anche nel modo di interrogarsi. Infatti, il sociologo tedesco non lavorava né come professore, né come tedesco, ma come un poeta, cioè passando gran parte della sua esistenza a trovare materiali empirici che potessero in un certo senso provare scientificamente le intuizioni acutissime già manifestate in un primo momento.
Il saggio è un continuo chiarimento di tutti i tratti distintivi del pensiero weberiano. Ferrarotti propone una lettura storica, l’unica che può essere veramente critica e attendibile. Nel testo si giunge a chiarire come con “libertà dei valori” non sia da intendere come «un invito all’indifferenza morale e al relativismo assoluto». Weber, nelle analisi proposte da Ferrarotti, è un pensatore accetta assolutamente i punti di vista personali. Ogni ricerca può essere compiuta soltanto partendo dai propri interessi soggettivi. Va da sé che deve intercorrere una distinzione marcata e decisiva «fra punto di vista, e presupposto, da cui parte la ricerca, e le risultanze scientifiche della ricerca stessa».

L’esercizio di potere dietro le mode sociologiche
La distanza tra Weber e gran parte dei sociologi odierni è incolmabile. Per Ferrarotti si tratta di un «salto qualitativo». La grande caratteristica dell’agire, del modo di studiare e di affacciarsi ai problemi da parte di Weber è il continuo trovare in sé le ragioni del proprio studio e della propria ricerca senza piegarsi verso quanto suggerito dal mercato, da vari finanziamenti o sussidi. Per questo suo bisogno di discutere dei temi più stringenti e di interrogarsi sui problemi sentiti più attuali, quanto affrontato nei suoi lavori riguarda inevitabilmente «problemi vivi del proprio tempo». Nel saggio di Ferrarotti questo aspetto, spesso tenuto in secondo piano in molte ricostruzioni del pensiero weberiano, ha ampio spazio.
Altre problematiche vengono lucidamente passate in rassegna. In particolare, è opportuno sottolineare come la libertà dei valori, secondo l’autore, sia stata sovente ridotta a una «programmatica indifferenza rispetto ai problemi». Per Ferrarotti, questa maniera d’approcciarsi ai problemi è l’esatto opposto del modo d’agire che contrassegna l’indagine weberiana. Il sociologo ha sempre una responsabilità e l’avalutatività di cui parla Weber, a monte della quale si pone la distinzione tra relazione e valori, è l’astensione da prese di posizioni che siano valutative e, di conseguenza, non di ogni natura. L’avalutatività, afferma Ferrarotti, non può essere assolutamente sfruttata come scusa «per l’indifferenza ai problemi e per la riduzione della sociologia a mera tecnica di ingegneria sociale, al servizio, per definizione, di chi paghi meglio».
In effetti, la moda sociologica è vincolata a una fitta trama di innumerevoli interessi sociali che nel singolo possono anche restare su una dimensione inconsapevole mentre esercita quella che all’apparenza può sembrare una libera scelta. Dietro le mode sociologiche, cioè quel fenomeno che fa sì che frequentemente un sociologo scelga e sviluppi un tema da preferire ad altri, c’è una classe sociale, un gruppo di persone e un esercizio di potere «che ha bisogno di mistificarsi o di nascondersi per garantirsi credibilità e perpetuazione». Weber parte spesso dall’attualità, da problemi contingenti e circoscritti in modo da darne soluzioni che possano essere esplicative di una visione che possa essere globale.
Attualizzando questo problema, Ferrarotti fa notare cosa comporti oggigiorno seguire questo approccio weberiano ai problemi, in particolare coi cambiamenti profondi a cui si è andati incontro negli ultimi decenni e di come si respiri sempre più l’urgenza di una forte impostazione che presenti una chiave interdisciplinare o multidisciplinare. Inoltre, Ferrarotti mostra come il lavoro di squadra presenti insidie e cosa voglia dire fare i conti con le mode del momento. Nelle varie discussioni avanzate, l’autore fa notare l’importanza della cultura storica per la costruzione dei modelli che sovente in sociologia si sono trasformati nella ricerca di quelle proposizioni eterne, metastoriche.

I limiti e le interpretazioni del pensiero weberiano
Weber rifiuta le generalizzazioni che possono essere ritenute valide per tutta l’umanità, come, ad esempio, accade in Comte. Una delle grandi lezioni weberiane che Ferrarotti mette in luce brillantemente nel suo saggio è proprio il non vedere i concetti sociologici come fenomeni metastorici. Nel sociologo è evidente come «solo all’interno di un determinato orizzonte storico la ricerca sociologica può sperare di salvarsi dalla gratuità e di attingere la pienezza della sua portata scientifica e della sua funzione sociale». Di conseguenza, è ormai evidente come Weber si ponga oltre sia al Positivismo, sia allo Storicismo.
I temi finora analizzati sono correlati alle varie manifestazioni che presenta il potere, aspetto sempre centrale nelle analisi weberiane, da intendere come problema economico, sociale e politico. Per il sociologo il potere non è «né un’automatica posizione di sopravvento né l’indefinibile rapporto psicologico». Di più: il potere è la chance di essere obbediti. Sul termine chance Ferrarotti si sofferma molto, facendo comprendere come nell’accezione weberiana implichi anche un’abilità personale e come si leghi, dialetticamente, al contesto.
Il tema del potere apre a problemi che si rivelano insolubili. Di sicuro, Ferrarotti mostra come Weber sia un élitista e come cercò a lungo il modo per preparare un’«élite di comando, germanocentrica, aristocratica», tanto da spingere Ferrarotti a definirlo «l’orfano di Bismark».
L’autore pone molta attenzione nel saggio nei riguardi di quelle previsioni ampiamente verificate avanzate da Weber in merito ai partiti politici, alle organizzazioni parapartitiche e quell’esigenza di burocratizzazione presente non solo nel momento delle elezioni. Afferma in merito che «Weber anticipa il tramonto dei notabili e l’avvento dei tecnici e degli impiegati di partito in pianta stabile». Weber sente spesso il bisogno di una democrazia diversa da quella dei notabili, ma non riesce mai completamente a risolvere l’empasse tra il bisogno di espandere la base del potere e, dall’altra parte, un mondo di notabili.
Nell’ultimo capitolo del saggio è analizzato puntualmente il controverso contributo del sociologo alla Costituzione di Weimer, in particolare facendo riferimento all’articolo 48 in cui vengono riconosciuti poteri più ampi e decisivi che favorirono l’ascesa “legale” di Hitler al potere. Ancora, nel saggio viene dato ampio spazio ai pensieri di alcuni autori come Ernst Troltsch, Karl Anton Fischer e Gino Luzzatto, vengono analizzate le analisi weberiane nei riguardi delle religioni extraeuropee e si pongono problemi molto interessanti in merito ai limiti del sociologo di Erfurt che spesso non sono stati analizzati con chiarezza, qualità indiscutibile che, al contrario, sicuramente contraddistingue il saggio di Ferrarotti.

Mario Saccomanno

(www.bottegascriptamanent.it, anno XV, n. 163, aprile 2021)

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