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A. XIV, n. 158, novembre 2020
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Storia (a cura di La Redazione) . A. XIV, n.152, maggio 2020

Zoom immagine Il dolore dell’anima
a volte inascoltato,
dimenticato dai più

di Rosita Mazzei
Per Csa, Valeria Maria Lucchetti
ci regala un pezzo della sua anima


«Spesso il male di vivere ho incontrato:/ era il rivo strozzato che gorgoglia,/ era l’incartocciarsi della foglia/ riarsa, era il cavallo stramazzato./ Bene non seppi, fuori del prodigio/ che schiude la divina Indifferenza:/ era la statua nella sonnolenza/del meriggio, e la nuvola, e il falco alto levato».
La poesia in questione è conosciuta col nome di Spesso il male di vivere ho incontrato di Eugenio Montale, inserita nella raccolta d’esordio Ossi di seppia. Questi versi così significativi e struggenti sono l’introduzione ideale al libro che stiamo per presentare.
Il “male di vivere” narrato dal poeta è un male quotidiano che non ha bisogno di essere urlato per poter essere compreso. Il “male del secolo”, la depressione, è spesso un nemico vigliacco, che ti attacca nel cuore del giorno, mentre il mondo sorride e tu sei costretto a fare ugualmente per non venir meno alle aspettative altrui.

Il dolore dell’anima
Valeria Maria Lucchetti, coreografa e danzatrice, ci presenta un’opera davvero densa di contenuti e di significati: Il silenzio delle benzodiazepine (Csa Editrice, pp. 180, € 14,90). Come afferma la stessa autrice all’interno della Prefazione di quest’opera narrativa, spesso e volentieri la depressione clinica viene presa meno seriamente rispetto alle malattie fisiche poiché è invisibile agli occhi. Non vedere una ferita nella carne viva tranquillizza i più e li porta a banalizzare un male che lacera nell’intimo e porta alla perdita di sé e del proprio mondo.
«Penso. Penso ancora. Penso ancora e ancora. Penso a dove vorrei essere, a dove non sono. A cosa vorrei essere, a cosa non sono. A cosa ero, a cosa desideravo, a cosa sognavo. In quale pozzanghera sono caduta, dov’è l’uscita d’emergenza, qual è la chiave della vittoria, qual è la forza?» queste le parole dell’autrice che, probabilmente, riescono a esprimere al meglio quel senso di smarrimento interiore che prova ogni malato di depressione che lotta con ciò che dovrebbe essere e ciò che non sarà mai più.
Questa patologia psichiatrica è un mostro che si nutre di autostima e voglia di vivere per poi distruggerle. Gli psicofarmaci, come racconta Lucchetti, calmano la mente, ma alla stesso tempo la fanno annegare in un mare di inerzia. Tutto si blocca per non creare disturbo a sé e agli altri. Perché il malato psichiatrico dà fastidio, ci butta in faccia il suo dolore e ci ricorda che dobbiamo anche noi essere d’aiuto. Il malato psichiatrico ci rammenta quanto siamo egoisti innanzi all’infelicità altrui.

L’intolleranza alla felicità
La partenza, all’interno del romanzo in questione, rappresenta un punto di svolta. L’allontanamento dal nucleo familiare e da quello affettivo, unito alla ricerca della propria realizzazione, diventano un carico pesante per la nostra autrice/protagonista: «Pensai che avrei dovuto affrontare da sola un frigorifero volutamente vuoto. Pensai che sarei rimasta sola con i miei incubi e i miei digiuni».
Gli incubi, l’insonnia, il digiuno forzato, le lacrime, il vuoto interiore, il sentirsi soli anche in mezzo alla folla, le gocce di benzodiazepine, la sensazione di annegare nel proprio intimo pur non potendolo mostrare, l’incomprensione e la condanna altrui. All’interno della sua prosa poetica, delicata e potente allo stesso tempo, Valeria Maria Lucchetti ci mostra questo e molto altro.
Il malato psichiatrico vive in un eterno presente: il passato è ormai un ricordo irraggiungibile, mentre il futuro è stato spazzato via dai medicinali e dall’incuranza. L’ambulanza, il pronto soccorso, gli ansiolitici, le sentenze dei medici, divengono una realtà scomoda per i malati psichiatrici, mentre le domande si fanno sempre più fitte senza però poter ricevere alcun tipo di risposta. Il racconto della nostra autrice si intreccia magistralmente alle sue visioni oniriche che, a loro volta, si confondono con i ricordi narrati in stile poetico e volutamente caotico.

La paura delle proprie debolezze
L’anoressia, la bulimia e la depressione si uniscono nelle vicende della protagonista. La voglia di sfidare se stessa, di sfidare la fame e il proprio corpo, la gioia di vedersi magre fino all’inverosimile, ma, allo stesso tempo, l’ossessione per tutto ciò che diventa proibito per la nostra volontà. La frustrazione diventa l’unica compagna di viaggio, mentre le relazioni interpersonali colano a picco.
Tutto questo è narrato in maniera magistrale all’interno di un libro che sembra più un diario di guerra, quella interiore che la protagonista si ritrova a vivere in completa solitudine. E nonostante tutto questo dolore, la voglia di vivere è presente e potente; nel buio della malinconia si presenta ansiosa la voglia di tornare a essere felici e a tornare ad amare l’umanità che è in noi.
Se c’è una cosa che abbiamo imparato dallo psichiatra Franco Basaglia è che non è umanamente accettabile abbandonare le persone al proprio dolore e girarsi dall’altra parte per non essere disturbati nella nostra inerte quotidianità. Il dolore del singolo è il dolore di tutti, in ogni sua forma.

Rosita Mazzei (www.bottegascriptamanent.it, anno XIV, n. 152, maggio 2020)

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