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Home Page (a cura di La Redazione) . A. XIV, n. 151, aprile 2020

Zoom immagine La Libia raccontata dagli occhi
di un trafficante di umani

di Alessandro Milito
Per Einaudi Francesca Mannocchi ci fa attraversare
il Mediterraneo per una tragedia mai così vicina


Prima o poi sarà capitato di chiedersi, guardando film come Il pianista o Schindler’s List o leggendo libri come Se questo è un uomo, come facessero gli europei di allora a rimanere indifferenti. Chiedersi come gli uomini e le donne degli anni Trenta e Quaranta potessero assistere disinteressati alla sistematica distruzione della dignità di migliaia di persone marchiate da una stella a sei punte. Com’è possibile che il male ha potuto imperare senza nessun ostacolo o conseguenza, libero da qualsiasi presa di coscienza e reazione collettiva? Come ha potuto la sofferenza di uomini e donne diventare semplice, fredda e distaccata cronaca?
Il XXI secolo non ha ancora prodotto sciagure della portata dell’Olocausto; eppure non mancano teatri in cui vengono quotidianamente messe in scena tragedie così violente da volerle ritenere mera finzione, frutto di una mente sadica e non realtà. Tragedie di cui veniamo a conoscenza solo tramite un’eco flebile o il rumore rancoroso dei social network e dei telegiornali.
Tutti abbiamo sentito parlare delle migrazioni e delle morti nel Mediterraneo; ognuno di noi ha una sua opinione, parziale o articolata, sul tema riproposto regolarmente dal dibattito politico. Io Khaled vendo uomini e sono innocente (Einaudi, pp. 195, € 17,00) di Francesca Mannocchi prova a scuotere le nostre opinioni in merito mostrandoci una Libia come non l’avevamo mai vista.

La visione del male
L’autrice è giornalista e documentarista esperta di migrazioni e zone di conflitto e conosce bene l’argomento del suo libro. Ciò significa che avrebbe avuto tutte le carte in regola per scrivere un saggio attento e documentato su un argomento così sensibile e complesso. Eppure la sua opera riesce a coinvolgere il lettore proprio per la peculiarità della sua struttura, cioè quella del racconto orale. La finzione scenica su cui si basa l’intera opera è che il lettore sia seduto di fronte al trentenne libico Khaled, il quale comincia a raccontare, a confessare la sua storia. L’autrice traduce e ci restituisce la voce di un trafficante di esseri umani, cinico ed efficiente ingranaggio dell’immigrazione clandestina. Sembra quasi di sentirlo Khaled mentre ci racconta cosa significhi organizzare e gestire il traffico di migliaia di disperati, o meglio di «negri» come gli stessi libici nominano con disprezzo i migranti dell’Africa subsahariana. Khaled ci racconta violenze, atrocità, frammenti di esistenze disperate, ormai al limite ma guidate dalla speranza di oltrepassare il mare. Il racconto è vivace, ottimamente ritmato e ci permette di osservare rapidamente tante piccole e dettagliate istantanee di un’immensa tragedia: il viaggio di cui noi vediamo solo l’epilogo sui telegiornali della sera.
Seguiamo tutto con gli occhi di Khaled, uno sguardo a cui non siamo abituati e che proprio per questo ci affascina. Questa attrazione è dovuta proprio alla natura del narratore: un uomo che vive delle disgrazie altrui, un approfittatore senza scrupoli, un freddo calcolatore ma non un uomo crudele, almeno non nel senso classico del termine. Khaled non è sadico, non odia i suoi «negri», non desidera la loro sofferenza e anzi, si potrebbe persino dire che è dotato di un suo personale codice d’onore. Khaled mantiene la parola data, si fa pagare e fornisce un servizio, niente di più, niente di meno: le storie e le vite che incrocia non lo riguardano e se ne tiene bene alla larga. Il trafficante di uomini e speranze si mette a nudo e spiega «come funziona il giro» senza necessità di essere giustificato o compreso. Il racconto che Francesca Mannocchi confeziona per noi funziona proprio perché appare autentico, del tutto privo di retorica e digressioni.

Un paese allo sbaraglio in preda al rancore
Altra grande protagonista è la Libia, instabile e governata da «ragazzini con le ciabatte e i kalashnikov» e da ambigui «camaleonti» uomini in passato vicini al regime di Gheddafi che sono riusciti a riciclarsi nel nuovo assetto politico. Il narratore trafficante prima era un ribelle, combattente idealista di una primavera araba sfiorita troppo in fretta. Voleva studiare e diventare ingegnere, Khaled; voleva ricostruire il suo paese liberandolo da un regime corrotto e violento. La vita e la storia della Libia sono andati diversamente e Mannocchi ci svela un paese così vicino, storicamente così legato al nostro, da apparire paradossalmente lontanissimo e oscuro. La Libia che ci viene raccontata è un paese allo sbando, continuamente in bilico tra la nostalgia revisionista di Gheddafi, «Santana» come scherzosamente chiamato da Khaled e da sua sorella quando erano bambini, e l’incertezza di un presente armato e crudele. Un paese ormai privo di stabilità e speranza ed in preda al sentimento imperante del rancore.
Prova rancore Khaled, verso il padre «camaleonte» e collaborazionista del passato regime, verso i traditori della rivoluzione e verso chi si è approfittato di essa: «Almeno io non mi sono seduto in un ministero, tra i riciclati. Ho scelto il lavoro sporco, sono più onesto.»

Chi è innocente?
Leggendo Io Khaled vendo uomini e sono innocente non mancano i momenti di commozione, rabbia, sconforto. Sentire le urla di una madre siriana che lotta contro il mare per proteggere il suo bambino; soffrire con una coppia di eritrei vittime dei trafficanti sudanesi; morire di caldo nelle carceri del deserto libico piene di bambini; subire l’umiliazione delle donne schiavizzate e violentate dai loro carnefici: sono immagini che difficilmente lasceranno indifferenti.
Questo bellissimo ed intenso racconto scuote, ferisce e ci costringe ad interrogare le nostre coscienze: com’è possibile che certe sofferenze avvengano così vicino alle nostre coste nella nostra totale indifferenza? Come può tutto questo essere banalmente liquidato con l’immagine di un barcone a cui si rifiuta un porto sicuro? Khaled ci racconta qual è la sua soluzione per non venire travolti dalla sofferenza altrui: non provare più nulla, non sentire più nulla. L’anestesia è l’unica via per l’accettazione: «Non provo più niente, solo fastidio. […] Da dove arrivano? Che cosa mangiano a casa loro? Da cosa scappano? Aprire la porta a queste domande è l’errore più grande che si possa commettere qui in Libia, insieme al mostrare compassione. Io non sento più nulla. Sono salvo. Posso mordermi il cuore senza sentire nulla».
Eppure Khaled, al termine della sua confessione, dichiara la sua innocenza. Il trafficante è cosciente del suo ruolo ma non si sente in dovere di prendersi colpe che non ritiene proprie. I morti in mare? Il mare dà, il mare toglie. E poi se volevano stare al sicuro potevano pagare l’extra per i salvagenti: ogni servizio ha un costo, ci dice Khaled. «Ci chiamano mercanti della morte, immigrazione clandestina, la chiamano. Io sono la sola cosa legale di questo Paese. Prendo ciò che è mio, pago a tutti la loro parte. E anche il mare, anche il mare si tiene una parte della mia mercanzia. Il mare prende ogni anno la sua parte.». Khaled si sente un meccanismo, un ingranaggio di un sistema più grande e dichiara la sua estraneità ai fatti.
A fine lettura viene da chiedersi che ruolo abbiamo noi europei, noi italiani, in questa tragedia umanitaria. Ed è una domanda alla quale dovremmo cercare di dare una risposta, prima o poi, ricordando le parole di un altro racconto di un cantastorie genovese: «Anche se voi vi credete assolti siete lo stesso coinvolti».

Alessandro Milito

www.bottegascriptamanent.it, anno XIV, n. 151, aprile 2020

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