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Home Page (a cura di La Redazione) . A. XII, n. 135, dicembre 2018

Zoom immagine L’amore di una madre: tenero,
e assolutamente insostituibile

di Maria Chiara Paone
Un’emblematica storia di vita scritta da Pietro Rizzo edita
da Città del Sole. Con Prefazione di Antonella Napoli


«La storia era bella… da romanzo. Ancora più bella perché il romanzo fu la loro realtà. Fino alla fine dei loro giorni felici».
Un concetto poetico e bellissimo, con cui poter definire una relazione che intercorre tra due o più persone. Gli elementi veri si uniscono a quelli relegati alla narrativa mostrando quante possibilità ci siano per una vita semplice, quasi banale, di avere degli sprazzi di poetica tali da essere ricordati e tramandati. Ovviamente nella vita si hanno momenti di luce e di ombre; da qui il finale agrodolce della citazione. Una verità di cui Pietro Rizzo è consapevole e che è riuscito a esprimere non solo nella frase sopraccitata, ma in tutta la sua opera, Rosso è il colore delle foglie a novembre (Città del Sole Edizioni, pp. 168, € 14,00), libro che fa parte della “scuderia letteraria” di Bottega editoriale.

Una vita di gioia e dolore
L’autore compie un’azione molto coraggiosa, decidendo di scrivere nero su bianco la sua storia; ma nel libro non si troverà solamente una linea temporale compiuta dalla nascita ai tempi moderni delle gesta di un uomo e proprio per questo non può essere definita come una vera e propria autobiografia.
Innanzitutto per la modalità di scrittura che è stata scelta, non in prima persona, come ci si potrebbe aspettare, ma in terza; ci troviamo davanti, quindi, a una rara manifestazione in cui non avviene la fusione tra autore e protagonista ma uno sdoppiamento, mediante il quale Rizzo-scrittore decide di raccontare il Rizzo-uomo. Inoltre, come possiamo trovare nella Prefazione – a firma di Antonella Napoli – l’autore decide di attuare all’interno del suo scritto una «sintesi di due ispirazioni […] fortemente radicate nell’animo umano: da un lato quella di raccontarsi, dall’altro quella di narrare». Una presentazione, quella della giovane, ma già affermata, editor e critica letteraria, che non solo anticipa la materia narrativa ma elargisce più di una chiave di lettura tramite puntuali collegamenti e riflessioni sui diversi nuclei narrativi.
Così ci ritroviamo dolcemente guidati dalla storia di Pietro Vittorio Emanuele, nato nello stesso giorno in cui prese il primo respiro quello che sarebbe dovuto essere il prossimo erede al trono, per cui riceve dai genitori questo nome altisonante. Il protagonista è un ragazzo e poi uomo di umili origini cresciuto nella Calabria degli anni Cinquanta dal padre, prima emigrato in Argentina, poi a Palermo e infine tornato a casa per fare il capostazione, «fragile ed esposto più di quanto non lo fosse stato lui»; dalle nonne, quella paterna definita come «uno scrigno che conteneva storie meravigliose» e quella materna, mai conosciuta, «fragile, tenera, bisognosa di tutte le blandizie possibili»; e infine dalla madre, per cui il piccolo “Petà”, come solo lei lo chiamava, provava e prova ancora adesso un amore sconfinato.
È da questo amore e dalla figura di questa donna, sempre presente, che sembra nascere il libro e anche il titolo che gli verrà affidato: «Il rosso è il colore del cuore e dell’amore, il colore del fuoco, del sangue, degli slanci vitali e dell’azione. […] Questi elementi, che sarebbero stati difficili da amalgamare in un unico contesto, erano presenti nelle sue immagini di pensiero, nei suoi sentimenti, ed erano stati trainanti per l’intero arco della vita vissuta. Ma quale sarebbe stato il centro unificatore, il cemento necessario a tenerli insieme? Non c’era dubbio alcuno che solo quel sentimento che l’univa alla mamma e che non era mai venuto meno, anzi, si rafforzava man mano che si inoltrava negli anni, ne aveva i caratteri in maniera esclusiva. Era una fiamma viva; rossa, appunto, come le foglie di quel magico novembre […] esprimevano la prossimità di un affetto indistruttibile, reso ancora più forte dalla caducità e dal disfacimento dei colori della natura».
Con un meccanismo di proustiana memoria, l’autore quindi utilizza la madre, i sentimenti e i pensieri che nascono dal ricordo di lei per presentare questo o quell’altro episodio della sua vita e di quella della sua famiglia, spaziando dal passato remoto a quello più prossimo con molta libertà, senza per questo risultare confusionario.
A spezzare la narrazione molte lettere – scritte realmente dai genitori o dagli altri membri della sua famiglia – mostrano paure e fragilità ma anche tanto amore, tenerezza e una speranza nell’attesa e nel futuro, come quella scritta dalla madre ai figli in occasione dell’anniversario dei venticinque anni di matrimonio: «Voi rappresentate noi stessi, in voi, le due speranze nostre che furono fuse in una […]. Voi siete le cinque fiaccole che dovranno illuminare questo nostro cammino, e come noi vi abbiamo porto la mano da bimbi a insegnarvi la strada, così oggi voi siete a porgerci la mano perché il nostro passo non vacilli». Non vi sono raccontate solo storie d’amore o di affetto familiare, ma purtroppo anche episodi spiacevoli: la morte è ben presente nella vita del protagonista e sembra perseguitarlo anche nei momenti che dovrebbero essere di gioia. Il racconto è velato di malinconia ma senza cadere preda della disperazione, data la forza d’animo posseduta dall’autore che traspare dalle pagine.

Donna sarà il tuo nome
Come si può immaginare è fortemente presente la figura femminile. Non solo nel caso della già citata madre, ma anche delle donne che Pietro ha amato nella sua vita: la «castellana», figlia degli antichi nobili del paese, il suo primo amore e sempre ricordata con nostalgia; e «la Nausicaa», la sua futura compagna di vita e madre dei suoi figli, soprannominata in tal modo per la sua somiglianza alla protagonista di un film su Ulisse che il giovane ha visto durante il servizio militare. Se le prime due sono quasi da considerare eroine silenziose, anche per l’epoca e lo status in cui sono vissute, la terza è un’incarnazione della donna moderna, che non solo si occupa della famiglia ma anche del suo lavoro. Nonostante le loro differenze, tutte possiedono una spiccata dolcezza, quasi eterea, che le fa risplendere nei pensieri dell’autore.
Una tenerezza che si ritrova ovunque nel suo stile, malinconico, romantico ma non patetico e che può essere rappresentato dalla definizione che dà dell’innamoramento e dell’amore: «un’immensa pagina bianca su cui ognuno avrebbe tracciato percorsi inconsapevoli, destinati, per loro stessa natura, a fondersi, a ritrovarsi identici nella loro sorgente, ma non nei loro esiti, che avrebbero subito i condizionamenti imposti da logiche estranee e irriverenti. […] Era, dunque, quello l’Amore. Quello che ti prende al di là d’ogni plausibile ragione, che ti fa schiavo di un’ossessione di cui ti scopri portatore inconsapevole».
Un libro che, nonostante la delicatezza, sa colpire nei punti giusti il cuore delle persone e che potrebbe renderle consapevoli della bellezza della vita, anche se squisitamente ordinaria.

Maria Chiara Paone

(www.bottegascriptamanent.it, anno XII, n. 135, dicembre 2018)

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