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A. XII, n 125, febbraio 2018
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Problemi e riflessioni (a cura di La Redazione) . A. XII, n 125, febbraio 2018

Il curioso caso
di Foster va
oltre la routine

di Gilda Pucci
Samuele Mollo narra la sconfitta
dell’abitudine. Per La Ruota edizioni


Foster è solo. Schivo e riservato sta bene così, ma si odia per questo. È un personaggio tridimensionale, in quanto “vivo” nel pieno delle sue contraddizioni, pur avendo un’esistenza banale e una quotidianità uguale a tantissime altre.
Quando si sveglia al mattino dall’unico universo che gli dà sollievo, il mondo onirico, la luce del giorno non filtra al di là del vetro della finestra della sua camera da letto buia, perché la vista non serve quando il tempo, anziché scorrere lungo una linea retta verso l’ignoto, si contorce su se stesso creando una circonferenza dentro la quale tutto si ripete e si cristallizza. «Vedere diventa conoscere e, conoscendo, non serve più vedere».
Un flusso di coscienza, un testo che fa gioco-forza e si porta avanti sulle riflessioni e sulle emozioni umane. Tutto questo è Viaggio al termine del giorno, il romanzo di Samuele Mollo (La Ruota edizioni, pp. 118, € 10,00).
Il libro dimostra che una vita piatta può avere dei barlumi di luce: la miglior fuga è quella della mente, che rappresenta un’occasione di svolta, a volte in modo non del tutto consapevole; pur sopravvivendo a un’esistenza che è un vortice di abitudini ossessive e assurde dipendenze, Foster sa di conservare un piccolo sprazzo di volontà grazie al quale proverà a raggiungere la sua personale libertà.
È un testo che nasce e si evolve nell’interiorità di un personaggio, è un mondo a parte nel mondo stesso e un’analisi della società. Per raccontarlo e parlarne bisogna conoscere Foster.

Chi è Foster?
Foster in realtà non è Foster, si presenta così da anni per via di una scommessa. Conduce una vita di routine, e relazionarsi con l’altro è una condizione che lo mette terribilmente a disagio: al mattino ritrovarsi in ascensore con i condomini in uno spazio estremamente ravvicinato è destabilizzante come ogni contatto umano e sociale. Nei larghi corridoi dove le panchine sono tutte occupate almeno da un persona, nonostante si senta piuttosto stanco, non è disposto a condividerne una con degli sconosciuti, per cui finisce col riposare su un muretto. È spaventato dagli odori, dai rumori della vita ‒ come il profumo del cibo che invade il pianerottolo delle scale del palazzo in cui vive ‒ perché probabilmente sa riconoscerli più di chiunque altro.

Quando dalla solitudine nasce l’osservazione
Attraverso il protagonista noi siamo in grado di vedere e percepire nella narrazione, onnisciente ma empatica, una realtà che va al di là dell’abitudine frenetica, una realtà che viene esaminata in ogni piccolo dettaglio, anche quello che potrebbe sembrare insignificante, come i pulsantini dell’ascensore che si illuminano.
Leggendo si ha come la sensazione di aver a che fare con un personaggio che è l’inverso di come si presenta, ben costruito nel sottotesto, un personaggio che nella sua solitudine è in grado di conoscere gli altri più di chiunque altro osservandoli, come la signora trasandata e sformata del supermercato che rifugia la sua solitudine nel cibo, quello che ci viene imposto. Siamo pilotati dalla routine, e ce ne rendiamo conto soltanto leggendo queste pagine.
Le descrizioni sono davvero interessanti e minuziose, oltremodo realistiche. I luoghi frequentati da Foster e disseminati nel romanzo sono quelli che costringono l’ignaro e felice avventore a guardare dovunque senza permettere mai di guardarsi dentro. Ma la sconfitta, per quanto dura, è la prova tangibile dell’esistenza, dell’importanza del traguardo che si è cercato di raggiungere. La tristezza che ne deriva è la base di una nuova sfida, l’inizio di un nuovo percorso, il combustibile necessario ad alimentare il motore della volontà. A smuovere i meccanismi quotidiani può essere una pacca di un ubriaco sulla spalla in una tavola calda.

L’illusoria felicità della routine
Il libro ci stimola a stuzzicare la mente fonte inesauribile di energia e di nuove esperienze: «È curioso vedere con quanta maestria progettiamo e realizziamo la nostra autodistruzione, barcollando fra una dipendenza e l’altra. I tasti del telecomando erano come i pulsanti per il rilascio di morfina». La tv genera assuefazione e dà una felicità momentanea, illusoria e patetica. Vivere costa troppa fatica, come l’agire secondo libero arbitrio, allora ci si rifugia nella routine perché seda la volontà e la meravigliosa incertezza della vita. Il testo dunque è attuale e contemporaneo, analizza la società attuale a mo’ di saggio tramite una storia. Se volete saperne di più su Foster e su com’è finita, i punti di svolta, conviene che vi affrettiate a sfogliare il libro.

Gilda Pucci

(www.bottegascriptamanent.it, anno XII, n. 125, febbraio 2018)

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