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A. XI, n 120, settembre 2017
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Letteratura contemporanea (a cura di La Redazione) . A. XI, n 120, settembre 2017

Zoom immagine Un’inchiesta
sulla guerra
in Jugoslavia

di Gilda Pucci
In un reportage toccante, nuovi elementi sulla guerra
bosniaca. Da Infinito edizioni


È la primavera del 1992 quando ha inizio il conflitto che insanguina la Bosnia Erzegovina e la cittadina di Višegrad viene bombardata intensamente da parte dell’esercito regolare jugoslavo.
Dopo il ritiro delle forze armate la situazione non migliora, e la città finisce sotto il controllo di un gruppo paramilitare che inaugura un regime del terrore e dell’orrore. Presto ci si avvia verso una pulizia etnica e si effettuano delle vere e proprie operazioni di rastrellamento, in primis a danno dei musulmani: deportazioni, omicidi di massa e combustione di decine di civili all’interno di case private. Circa tremila persone vengono uccise e fatte scomparire.
Un libro inchiesta, un’indagine minuziosa, un’analisi lucida, tagliente e profonda sul periodo in questione e sulle atrocità commesse, trattate con gli occhi del saggista, ma soprattutto con gli occhi di un uomo che ha vissuto l’esperienza anche in prima persona. Un centro propulsore di verità taciute per chi cerca giustizia, un pugno dritto allo stomaco per chi promuove civiltà e diritti umani, un servizio degno di nota per i devoti e gli amanti del mestiere, tutto questo è Višegrad. L’odio, la morte, l’oblio, di Luca Leone (Infinito Edizioni, pp. 208, € 11,90).

L’inferno di Višegrad
Calandoci gradualmente nel contesto attraverso la Prefazione di Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia e l’Introduzione di Silvio Ziliotto, traduttore, interprete e insegnante di lingua serbo-croata, l’autore traccia il profilo di quello che è il volto di una città segnata dal delirio umano, dal temperamento megalomane, dall’orrore spregiudicato che divampa durante il conflitto bosniaco e durante tutto il periodo successivo che ne deriva. Così Leone ci narra, vivendo il dramma in prima persona sul campo e raccogliendo le testimonianze, senza risparmiarci i tratti più crudi, lo stupro etnico ai danni di donne, bambini e uomini che allora divenne pratica comune. Il fiume Drina mirabilmente cantato dal premio Nobel per la letteratura Ivo Andrić diviene la più grande fossa comune colma di cadaveri, delle vite spezzate di quella guerra. Emerge un modo di disvelare la realtà nudo e crudo, tangibile, che incide il dolore nelle ossa e nell’animo di chi legge, soprattutto è “feroce” l’immagine in cui i cadaveri delle vittime in silenzio arrestano il corso turbolento del corso d’acqua diretto alla locale centrale elettrica.
Questo reportage racconta la vicenda dal punto di vista di tutte le parti in causa, e fa il punto sull’episodio che ha rappresentato la prova generale di ciò che è accaduto poi a Srebrenica, Prijedor, Foča e in altri luoghi passati alla storia per la crudeltà degli eventi verificatisi.
A distanza di venticinque anni dall’inferno, dopo un lungo periodo di silenzio complice, di rimozione generale, di poca giustizia sul caso, di inganni e tradimenti, la voce del giornalista Luca Leone spacca questa dimensione ovattata e richiama l’attenzione assopita del lettore scrivendo della guerra in Bosnia, sui luoghi, i modi e i tempi che costituiscono ancora oggi «la peggiore brutta figura della cosiddetta comunità internazionale», come dice Noury.
Preciso, puntuale, onesto nella stesura, supportato da una valida casa editrice che si sta affermando sempre più nel panorama editoriale, Luca Leone denuncia mirabilmente un genocidio. La riflessione dell’autore si trasforma in pagine cariche di urla da tempo soffocate, dove protagonisti e testimoni si fondono in un tutt’uno con i luoghi della morte.

Una madre
Molto toccante tutto il capitolo Una madre, un’intervista che si ancora saldamente all’anima, dove si può ben comprendere la condizione di pregiudizio e razzismo in un momento tragico come la guerra per una donna, coinvolta in un matrimonio misto, e i suoi figli.
«Per tutta la durata dell’intervista Džana tiene in mano una penna, con cui apparentemente gioca, ma sulla quale in realtà sfoga lo stress di dover ricordare. E raccontare, come un fiume in piena, sì, ma balbettante a causa dell’emozione, della durezza dei ricordi e della paura». È tutto così minuzioso, terribilmente vero. Lo scrittore è estremamente attento e riesce ad estrapolare da ogni testimonianza sfumature intense. Riflettere sì, ma anche patire, immedesimarsi nelle vicende, essere catapultati lì in mezzo al conflitto, questo è ciò che si percepisce dal testo. Un libro pienamente vissuto.
Il disorientamento dell’intellettuale che vive e patisce la guerra, quel senso di inadeguatezza, esce fuori per scaraventare all’esterno, senza alcun filtro, l’orrore quasi inesplicabile degli eventi, affinché se ne conosca bene l’esistenza, toccandone quasi con mano il dramma, e si possa evitare di sbagliare in futuro. Proprio questa voglia di migliorare, di formare lettori più saggi e costruire mondi alternativi, rappresenta la mission della casa editrice che pubblica il libro e di cui abbiamo già parlato ( bottegaeditoriale.it/Uneditorealmese.asp?id=184 ).
Una casa editrice che, non a caso, è diretta proprio da Luca Leone. Višegrad è un lavoro importante e impegnato, che può riassumersi con «Non sapere non è né un delitto né un diritto. Non voler sapere è il peggiore dei delitti».

Gilda Pucci

(Bottegascriptamanent , anno XI, n. 120, settembre 2017)

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