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A. XI, n 120, settembre 2017
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Problemi e riflessioni (a cura di La Redazione) . A. XI, n 120, settembre 2017

Zoom immagine Luci, musica, eccessi
nella Los Angeles anni ’80

di Gabriella Zullo
Elisabetta Villaggio, per La Ruota edizioni,
racconta la storia di due donne “americane”


«And I had a feeling that I belonged/And I had a feeling I could be someone, be someone» (Tracy Chapman, Fast Car, 1988). Ovunque voi siate, premete quel tasto play e fatela partire, a volume basso, in sottofondo…
«Quella canzone era perfetta per quel momento, per quel luogo, per quella notte magica. Aveva organizzato tutto Alex. Aperitivo con due musicisti, ai quali voleva produrre un vi-deo, in un bar messicano su Sunset all’altezza di La Brea, dove avevano bevuto Frozen Margarita. Il posto lo aveva scelto Maria, che era messicana, assicurando che lì servivano il miglior cocktail di tutta Hollywood».
Inizia così questa storia dal sapore americano. Una scintillante macchina d’epoca, una Mustang rossa che divora avidamente i boulevard di una Los Angeles notturna che accende le luci a neon dei locali e fabbrica freneticamente manicaretti di alcool e droga per la movida sfrenata del sabato sera. Sui sedili di quell’auto rossa fiammeggiante siedono personalità e mondi così distanti e diversi che a immaginarseli sembrerebbe quasi una scena del teatro grottesco. Ma c’è una cosa che accomuna tutti quanti: la stessa voglia di cambiare la propria vita, di fare quello scacco matto che segna la vittoria nella partita tra noi e il nostro destino.
Intanto, se avete fatto partire il pezzo, Tracy Chapman a questo punto sta per cantare: «Anyplace is better/Starting from zero got nothing to lose/Maybe we’ll make something». Tutti i personaggi di questa storia stanno scappando da qualcosa, dal loro passato verso una vita nuova, verso quella libertà e felicità che tutti, in fondo, rincorriamo ogni giorno. Alex, Maria, quei quattro tossici della rock band e Bob riusciranno a dare una svolta decisiva alle loro vite?
La Mustang rossa (La Ruota edizioni, pp.182, €12,00), è un romanzo moderno, un album fotografico che ritrae la realtà così com’è. Le storie dei personaggi sembrano fermi immagine della pellicola di un film. Tutto si svolge nell’arco di una settimana, da sabato a martedì e il lettore resta con il fiato sospeso, in attesa che la pellicola si srotoli del tutto. Un bel libro che fa orgogliosamente parte della “scuderia” di Bottega editoriale.

Nell’aprile dell’88, a Los Angeles...
Nella Mustang, Alex è al volante: ricca, poliglotta, attraente, piena di glamour, in fuga dall’Europa e da una famiglia che l’ha ingozzata fin da bambina più di soldi che di crostatine fatte in casa o di domeniche al parco a giocare, è in cerca di fortuna e successo come producer di video musicali – in quegli anni il mercato pareva proprio andare in quella direzione! – ed è alla spasmodica e disperata ricerca dell’Amore, “quello vero” come si dice nei film, quello che ti riempie e ti fa passare la paura di stare solo, di morire solo. Alex «faceva scappare gli uomini. Erano attratti da lei, avrebbe potuto portarsene a letto quanti voleva ma non sopportava le unioni stabili, serie. Da quelle scappava. Cosa c’era di sbagliato in lei? Si sentiva soffocata da una relazione? Ma era mai stata veramente innamorata?».
«Maria invece parlava inglese con un forte accento messicano, era piccolina, con i capelli crespi […]. Non era attraente e non era certamente il tipo di amica che ti aspetti si porti dietro una come Alex. […] Maria aveva paura delle donne e non si fidava degli uomini. Viveva come un animale braccato e timoroso ma era pronta ad aprire il suo cuore a chiunque le avesse dimostrato interesse e affetto. Con Alex si sentiva così ma aveva paura, una paura fottuta di ricadere nello stesso tranello che contemplava attese, grandi richieste senza poi ricevere nulla in cambio, e abbandoni. […] Forse era la sua parte più profonda e depressa che ricercava quei pensieri cupi - grigi - tristi come a volersi punire. Punire di cosa? Di essere fuggita da una vita che odiava?». Maria era una ragazza madre con due figli a carico. Aspettava il ritorno del suo Jhonny, un trafficante amato in una notte di qualche anno prima che l’aveva aiutata a passare la frontiera e a fuggire dal Messico. Le aveva lasciato come ricordo della loro passione un figlio, con la promessa che prima o poi si sarebbe rifatto vivo e sarebbe tornato da lei. E Maria viveva ormai di questa attesa.
E poi c’è Bob, follemente innamorato di Maria tanto più giovane di lui che sarebbe potuta essere sua figlia. È il titolare degli Studios dove si realizzano spot pubblicitari, palcoscenico stabilito per girare il video del gruppo giovane di rockers che vuole sfondare sulla scena di quella caleidoscopica metropoli americana dove i destini, i rimpianti del passato, i sogni e i desideri di tutti si confondono e si perdono tra il via-vai diurno e il divertimento notturno. Tornando a Bob, diciamo che anche lui sta scappando da una vita in cui ci si è trovato ma che in realtà non ha scelto: un matrimonio senza amore, moglie e figlia avide, egoiste e innamorate solo del Dio Denaro, ipocrite e scorbutiche quanto basta per farsi apprezzare da nessuno. Ma lo scacco matto che Bob sta cercando di fare riguarda Maria. Ma nel futuro di lei non ci sarà posto per lui perché lei sta aspettando un altro.
Che dire della rock band? Ragazzi sempre reduci di notti brave e insonni testimoniate dal cerchio bordeaux intorno agli occhi, l’emblema dei musicisti sconosciuti che credono di suonare riff nuovi mai sentiti prima senza sapere che in realtà quelle nenie sono già vecchie prima ancora di essere registrate per il grande pubblico e che poi non hanno niente di nuovo da raccontare.
E intanto il pezzo va avanti, inizia un’altra strofa: «You got a fast car/Is it fast enough so we can fly away/We gotta make a decision/Leave tonight or die this way».
E alla fine è sempre una questione di scelte: bisogna prendere una decisione per essere qualcuno.

L’autrice
Elisabetta Villaggio, figlia del cinema, pubblica il suo primo romanzo, Una vita bizzarra, edito da Città del Sole Edizioni, nel 2003. Ha studiato Filosofia all’Università di Bologna e Cinema e Televisione a Los Angeles alla University of South California.
Esperta e grande appassionata della settima arte e di quel mondo americano, si è interessata alla fine misteriosa e agli intrighi della vita di Marilyn Monroe, una bellezza ormai immortale, un personaggio discusso tanto all’epoca quanto oggigiorno. Nel 2012 infatti la nostra autrice pubblica il saggio Marilyn: un intrigo dietro la morte e due anni dopo il testo teatrale, edito da Panesi, Marilyn gli ultimi tre giorni, tradotto in inglese per il pubblico d’oltreoceano. Ai successi letterari vanno aggiunti quelli cinematografici: nel 1998 il suo cortometraggio Taxi è stato selezionato alla Mostra del Cinema di Venezia e nel 2010 il documentario dedicato a suo padre Paolo Villaggio: mi racconto si impone sulla scena dell’ArtDocFest di Roma. Attualmente insegna alla Rome University of Fine Arts nel dipartimento di Cinema e collabora con periodici e riviste on line.

Una semplicità disarmante, un ritmo cinematografico
Lo scarto linguistico dell’autrice è molto semplice: chiama ogni cosa, ogni fatto con il proprio nome, senza panegirici, locuzioni o perifrasi che “allungano il brodo” e non vanno dritti al punto. Attraverso un ritmo incalzante che si ferma solo durante flashback o descrizioni funzionali al racconto, lo stile della Villaggio dialoga e ha molto a che fare – per ovvi motivi – con il mondo cinematografico e le tempistiche filmiche. Riesce in modo molto efficace a far immaginare al lettore la scena descritta; i dialoghi non sono inseriti in un mondo letterario astratto, ma sono realistici: i personaggi del libro parlano proprio come parlerebbero se fossero reali e così lo diventano. Attraverso una semplicità e una chiarezza disarmanti, il lettore ha la possibilità di vedere un film mentre legge il romanzo. E poi è ricco di immagini-simbolo, di vita reale, di brani che partono al momento giusto e fanno da cornice agli eventi.

Be someone
In questo ritornello è racchiuso tutto il senso del romanzo.
Alex, Maria, i tossici del gruppo rock e Bob: cambieranno la loro vita?
La Mustang è una macchina d’epoca, simbolo di una generazione alla deriva che si sente fallita e, rassegnatasi e stanca di combattere, finisce per diventare proprio quello che non avrebbe mai voluto: si accontenta, la smania di cambiare è come una fiamma che si affievolisce sempre di più, finché non si accetta quel mondo che fino a poco tempo prima si rifiutava e si fuggiva.
Come quando si racconta a un amico un film appena uscito, l’epilogo non va svelato e vige la legge del “non spoilerare”.
A questo punto, che la lettura abbia inizio.

Gabriella Zullo

(www.bottegascriptamanent.it, anno XI, n. 116, maggio 2017)

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