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A. XIV, n.155, agosto 2020
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Dibattiti ed eventi (a cura di Selene Miriam Corapi)

Dopo tre grandi versioni
ritorna al cinema
la feroce ambizione
del Macbeth scespiriano

di Guglielmo Colombero
Il giovane regista Justin Kurzel si mantiene fedele alla tragedia
con un amalgama di streghe, nebbia, sangue e sete di potere


Macbeth è una delle tragedie meno conosciute di William Shakespeare, dato che il grosso pubblico ha sempre prediletto Amleto, Romeo e Giulietta e Otello. Eppure, raramente un’opera letteraria ha saputo comunicare con tale intensità la paranoia divorante del potere, che cancella ogni sentimento di pietà e trasforma gli esseri umani in mostri assetati di sangue. Macbeth è il nome anglicizzato di un personaggio storico: si chiamava Mac Bethad mac Findlaich, e regnò sulla Scozia dal 1040 al 1057. Fu spodestato in seguito all’invasione della Scozia da parte di un signore feudale inglese, Siward conte di Nortumbria: braccato come un fuggiasco, morì ucciso da Malcom, figlio del predecessore Duncan da lui probabilmente fatto assassinare per strappargli lo scettro. Il primo grande regista a trasferire Macbeth sullo schermo è Orson Welles nel 1948, il quale non solo lo dirige ma lo interpreta anche: la sua è una versione ridondante e barocca, spesso realizzata con mezzi di fortuna e, in alcuni passaggi, intrisa persino di umorismo macabro. Memorabile anche il Macbeth giapponese di Akira Kurosawa (che qui si chama Washizu): Il trono di sangue, datato 1957, con un Toshiro Mifune al culmine della carriera dopo i trionfi di Rashomon e de I sette samurai. Nel 1971 tocca a Roman Polanski: reduce dal successo dell’orrorifico Rosemary’s baby e ancora sotto shock per l’atroce assassinio della moglie Sharon Tate per mano della setta satanica di Charles Manson, Polanski accentua gli aspetti truculenti e compone un affresco discontinuo ma ricco di fascino, con l’inglese Jon Finch (appassionato interprete teatrale di varie opere scespiriane) nei panni del protagonista.

L’iperbole insanguinata dell’uomo che volle farsi re
L’australiano Justin Kurzel ha 41 anni e finora ha diretto il thriller Snowtown nel 2011 e The Turning, episodio di Boner McPharlin’s Moll, nel 2013. Non è sicuramente un regista rinomato eppure il suo Macbeth sfodera una padronanza tecnica magistrale: merito di una sceneggiatura solida e rigorosa, scritta da un terzetto (Jakob Koskoff, Michael Lesslie e Todd Louiso) che ha distillato l’essenza del dramma scespiriano. Michael Fassbender (già interprete di 300, Hunger, A Dangerous Method, Shame) irrompe sulla scena come un feroce guerriero, che sgozza senza battere ciglio i nemici del suo sovrano, ma, intossicato dalla profezia ingannevole delle tre streghe, scivola in una metamorfosi allucinante che lo trasforma prima in titubante traditore, poi in lucido assassino, infine in folle tiranno. Junghiano ante litteram, Shakespeare instilla nelle tre streghe veggenti quelle che in realtà sono le voci interiori di Macbeth e del suo amico Banqo, espressioni dei loro desideri e delle loro ambizioni. Kurzel sembra aver intuito questo substrato inconscio che serpeggia attraverso lo scenario della tragedia: la nebbia soffocante da cui affiorano uomini e spettri, il sangue che cola dalle ferite come onnipresente magma mortifero, il sudore della mischia, la sporcizia dei corpi e dei pensieri, l’unzione regale che luccica sul volto febbricitante dell’usurpatore. Lady Macbeth ha lo sguardo sensuale e famelico di Marion Cotillard (nota per La vie en rose, Midnight in Paris, Un sapore di ruggine e ossa), che, rispetto alla maligna istigatrice tratteggiata dalla misoginia di Shakespeare, a tratti vacilla e sfiora il pentimento, come quando piange di fronte al rogo della moglie e dei figli di Macduff.

Colori lividi, paesaggi tetri, duelli affannosi
A Kurzel non interessa stupire, vuole piuttosto coinvolgere. Niente effetti speciali, niente spacconate, dialoghi rigorosamente aderenti alle fonti. La recitazione di Fassbender può sembrare solo in apparenza monocorde: in realtà è sobria, calibrata, raggelante. Dardeggia tutto intorno con le iridi simili a quelle di un rettile, si muove a scatti rabbiosi, è succube della sua sposa intrigante e nel medesimo tempo, quando le sfiora il ventre con il pugnale, pare maledirla come fonte di tutte le proprie sciagure. E su un tenore analogo si muove, con luciferina eleganza, lady Cotillard: beffarda messaggera di morte quando accoglie il re Duncan velata di nero, superba e maestosa regina con la fronte adorna di perle accanto al marito incoronato, smarrita penitente in punto di morte. Intorno ai due protagonisti ruotano cortigiani ipocriti, preti salmodianti e mummificati, mercenari coperti di cuoio logoro e sgualcito, fantasmi ancora imbrattati di fango e di sangue raggrumato come quello di Banqo che perseguita Macbeth. E le tre streghe sono apparizioni generate dalla brama inesausta e autodistruttiva del futuro despota («Nel pronunciare il tuo nome la lingua si copre di piaghe!» gli urla la moglie di Macduff un attimo prima di essere bruciata viva: una delle invenzioni di Kurzel che arricchiscono il ceppo originario del dramma). Il direttore della fotografia Adam Arkapaw cattura la foschia delle brughiere scozzesi e la trasfigura in un miasma opprimente; cristallizza paura, rabbia e sofferenza sui volti degli interpreti; mischia lacrime, emoglobina e saliva dentro impasti che aggrediscono i sensi dello spettatore in primi piani disturbanti. Il duello finale in cui Macduff (Sean Harris) trapassa il corpo ormai insensibile di Macbeth, paralizzato dalla rivelazione che il suo nemico è nato con il parto cesareo («Nessun uomo partorito da donna potrà nuocerti», gli avevano predetto le streghe infingarde), ha le cadenze di una rissa fra ubriachi, e getta in faccia allo spettatore, in tutta la sua crudezza, il fremito di violenza barbarica e insensata che pervade la tragedia di Shakespeare.

Guglielmo Colombero

(www.bottegascriptamanent.it, anno X, n. 101, gennaio 2016)

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