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A. XIV, n. 151, aprile 2020
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Dibattiti ed eventi (a cura di Selene Miriam Corapi)

La psichiatria al bivio:
le Rems e la loro nuova
dimensione in contrasto
alle prigionie degli Opg

di Stefania Ciavattini
Dalla legge Basaglia agli annunci di chiusura delle strutture detentive.
Una soluzione per risolvere un problema grave ma ignorato dalla società


Risale ormai a più di trent’anni fa la legge che chiuse i manicomi in Italia. Molti ricorderanno la portata rivoluzionaria della legge Basaglia sia dal punto di vista scientifico, poiché riconobbe la forte componente sociale di tutte le malattie mentali, sia dal punto di vista civile, poiché portò all’abolizione delle strutture manicomiali, spesso veri e propri luoghi di segregazione e tortura.
Eppure quella stessa legge lasciava aperte strutture non meno discutibili, a parte validissime eccezioni: gli ospedali psichiatrici giudiziari che detenevano pazienti affetti da malattie mentali che avessero anche compiuto un reato.

31 marzo 2015: l’ultima data che ultima non è stata
Quattro mesi fa, anche se piuttosto in sordina rispetto al clamore suscitato dalla legge degli anni Settanta, son cadute anche le barriere di questi ultimi manicomi, in ottemperanza al Dl n. 52 del 2014 che aveva posto al 31 marzo 2015 l’ultima data utile per la loro chiusura.
Ma che ne sarà degli ex internati (così si chiamavano i detenuti sottoposti alla misura di sicurezza dell’Ospedali psichiatrici giudiziari) per i quali il magistrato di sorveglianza non ha ancora dichiarato la cessazione dello stato di pericolosità sociale, condizione ineludibile per riconquistare la libertà?
Le Rems (Residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza) dovrebbero assolvere al compito di offrire una residenza a questi soggetti, ma con un’organizzazione tutta volta al loro reinserimento sociale, più agile degli Opg, con un ridotto numero di utenti (20), e con un personale unicamente di tipo sanitario ed educativo.

Due esempi di risoluzione della problematica
In Calabria dovrebbero essere due, una in provincia di Catanzaro, l’altra in territorio di Cosenza, ma ci risultano ritardi nei lavori di ristrutturazione di entrambe. E se neanche le mura sono agibili a che punto può essere l’immane lavoro di costruzione della rete, di individuazione delle risorse, di travaso delle competenze da parte del personale che finora ha gestito questa tipologia di malati, di costruzione di nuova cultura in una materia così delicata?
Questa fondata preoccupazione ci induce ad apprezzare in modo particolare una struttura che, ancor prima degli amministratori interessati, proprio nel cosentino, a Marinello, contrada di Cervicati, ha costruito un progetto ad hoc, utilizzando l’esperienza annosa in ambito di agricoltura sociale. Si tratta della Fattoria biosociale “Marinello” che si è offerta di inserire sei soggetti dimessi dagli Opg per inserirli nei propri lavori agricoli, nei laboratori di trasformazione dei prodotti, nelle varie attività espressive. All’esperto agronomo e viticoltore si affiancheranno una psicologa e una criminologa per assicurare il supporto a questa particolare utenza.
Ma la fattoria “Marinello” ha fatto di più: si è fatta promotrice del necessario incontro e confronto tra amministratori, strutture del privato sociale e magistratura. Ne è emersa un’ offerta ricca e diversificata che potrebbe con buone opportunità di riuscita, costruire percorsi specifici per questo tipo di utenti recuperando per loro e per noi una possibile vita insieme.

Diffondere una cultura più aperta
Sull’onda di questo entusiasmo riteniamo doveroso seguire gli sviluppi della questione, accogliere le novità e aggiornare i cittadini sull’attuazione della legge. A ben vedere si tratta di collaborare alla diffusione di una nuova cultura che affronti in modo più aperto il tema insieme della salute mentale e del contrasto alla devianza.

Stefania Ciavattini

(www.bottegascriptamanent.it, anno IX, n. 96, agosto 2015)

Collaboratori di redazione:
Veronica Lombardi, Ilenia Marrapodi, Antonella Napoli, Maria Chiara Paone
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