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A. XV, n. 169, ottobre 2021
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Recensioni brevi (a cura di La Redazione)

La poesia: compagna
spirituale di viaggio
per trasfigurare dolore,
sofferenza e solitudine

di Federica Lento
Da Kimerik, una silloge poetica dai temi e sentimenti profondi e universali
capaci di aiutare il viandante smarrito a ritrovare il cammino della sua vita


Quando pensiamo ai viaggiatori avventurosi, agli inviati di guerra, ai missionari che operano nelle zone povere del mondo, tra malattie e disperazione, probabilmente ci viene in mente l’idea del racconto, del reportage di viaggio o di conflitto armato, di una prosa che diventa denuncia, di un’azione che corrisponde al desiderio di alleviare il dolore. Può, invece, una raccolta di poesie essere cronaca del mondo e della vita? Maria Minervini ci riesce nel libro L’isola dei Feaci (Kimerik, pp. 96, € 14,00), in cui la sua esperienza di medico e viaggiatrice si combina e rivive nelle sue liriche.

Il titolo della raccolta
Chi erano i Feaci? Perché scegliere di indicare la loro isola come titolo di un testo? Il valore simbolico che esso richiama è quello del viaggio, inteso come punto sia d’arrivo che di partenza, in un ciclo continuo. L’isola dei Feaci rievoca il luogo d’approdo di Odisseo, a cui giunge dopo varie peripezie, ed è l’isola da cui partirà per fare ritorno a Itaca. Un’isola circondata da mura a difesa dai nemici, ma dotata anche di due porti per accogliere l’altro. I suoi abitanti, i Feaci, furono un popolo pacifico, non violento, raffinato, come solo la poesia può essere, e con il culto dell’ospitalità; il loro re, Alcinoo, ricevette Odisseo nel suo palazzo, dandogli acqua e cibo, abiti nuovi, per poi chiedergli della sua storia, della sua strada passata e del suo cammino futuro. Solo così il re di Itaca ritrovò se stesso, la serenità e la voglia di raccontare il proprio viaggio. E ne L’isola dei Feaci Maria Minervini vuole raccontare come il prendersi cura dell’altro e la ricerca della giustizia possano vincere sulla guerra e sul dolore che ci rende sperduti nel mondo. Un inno di speranza, che intende rassicurare chi si sente smarrito nel cammino della sua vita, perché esisterà sempre un posto in cui sentirci accolti. Così, nella poesia che dà il titolo alla raccolta, l’autrice scrive: «L’isola dei Feaci non è lontana…».

Un viaggio nel mondo di chi soffre
Lo scopo di questa silloge sembra tutto racchiuso nella parola “riscatto”. Regalare una voce poetica a quelle parti del mondo in cui regna dolore e sofferenza, dove solamente ciò che non ha a che fare con la poesia sembra avere il diritto di esistere, è il messaggio de L’isola dei Feaci.
La raccolta è aperta da un componimento dal titolo Afghanistan, che rimanda alla sensazione di polvere, di grigiore e povertà della guerra in quei luoghi, rappresentata tutta nella sua indifferenza verso un bambino affamato. Seguono poesie dedicate ad una sofferenza diversa, quella per amore, un sentimento che stupisce e meraviglia, «è… infinito amore da non credere», ma che può anche segnare un’intera esistenza se fallisce: «Perché se ci fu tristezza / ci fu per amore perso / ed errori di gioventù». Amore e dolore, contemplazione e fuga, poesia e orrore umano sono gli elementi di una raccolta che volge all’etereo e alla scoperta. Come leggiamo nella Prefazione di Gianfranco Natale, «nella lirica “Cercai” questa ricerca di una dimensione eterea si fa impellente. Anche qui il climax è ascendente: il momento storico si tramuta alla fine in raffinata fuga verso mondi cristallini dove l’Amore diviene rifugio». Maria Minervini combina realtà e sogno, in cui esprime se stessa completamente, le proprie esperienze, la sua ricerca del bene in mezzo al dolore, intimo o del mondo tutto.

I luoghi della poesia
Se la prima poesia è dedicata all’Afghanistan, ma numerosissimi altri sono i luoghi toccati dalla viaggiatrice poetessa. Si sofferma a contemplare il mondo da una finestra in attesa che l’amore arrivi per poi camminare in un sentiero di campagna («Di more di rovi / antico sapore / e tra le mani graffiate / profumo / di finocchio selvatico»). Viaggia in treno, veloce, tra i binari, verso nuove mete, fino a raggiungere Parigi; ma in questa corsa alla ricerca del nuovo e del bene, c’è la saggezza dell’invito a godersi il viaggio, come in Fermati un attimo: «ora di fermarsi / e dal balcone guardare in giù / su sassi e burroni. / È ora di sedersi / su un tronco d’albero tagliato / e ricucire ferite mai chiuse».

Il viaggio della vita
La metafora del viaggio come cammino della vita è perfettamente raccontata ne L’isola dei Feaci, in cui sembrano essere fotografate tutte le tappe della vita, dallo stupore dell’inizio del viaggio, al ricordo di un amore perduto, fino alla sua conclusione nel momento finale della vita. La poesia La vecchiaia racconta questa dimensione finale, che, come nell’invito al riposo, ci chiede di non tormentarci con il passato che non ritorna ma semplicemente di accettare l’ultimo tratto della vita con serenità: «Si fa avanti la vecchiaia / incalzante e senza scampo […] L’andamento si fa pesante / scompare la leggiadria […] Perplessa e senza spiegazioni / me ne vado nella vita / al vento sussurro la mia tristezza / e muta aspetto la notte / dove si placano sofferenze e coscienza svanisce / perché il pensiero è solo tormento».

Federica Lento

(www.bottegascriptamanent.it, anno IX, n. 90, febbraio 2015)

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