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A. XIV, n.155, agosto 2020
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Dibattiti ed eventi (a cura di La Redazione)

Il mancato linciaggio,
il prepotente carabiniere,
la professionalità dell’Arma
che riscatta i violenti

di Fulvio Mazza
Quando il cronista si trasforma obtorto collo in protagonista.
E, bianco e borghese, se la cava. Ma cosa accadrà agli altri?


E ad un tratto la tua normale vita di medio borghese italiota subisce uno shock: dal fondo di una strada di Roma, del quartiere multietnico di Torpignattara, giungono grida a ripetizione. Sono quasi le 19,00 di lunedì 29 settembre.
Che fai? Vinta la battaglia interna con il tuo senso egoistico che ti suggerisce il classico “chissenefrega, fa’ finta di non sentire”, ti avvicini, con cautela ma anche con determinazione, verso gli esagitati.
Sicché ben presto ti accorgi che un gruppo di giovani “bianchi” inveisce, circonda e minaccia con bottiglie dal collo rotto, un giovane “nero” che tenta di difendersi, suo malgrado, con una bottiglia, integra, di birra.
La gente sta a guardare, non si esprime, non si “immischia”. Che fare, dunque? Chiamare i carabinieri, of course; già, però al 112 non risponde nessuno: squilla, squilla, e squilla ancora a vuoto.
Nel frattempo le cose per il ragazzo straniero, piuttosto esile, al contrario dei normali cliché sugli africani, paiono mettersi male: il gruppo di giovani − una ragazza che ricorda Crudelia Demon, un energumeno alto e biondo, un altro più tarchiato e robusto − sono fra i più concitati. Chi saranno? Naziskin, teppistelli o “nullafacenti” di buona famiglia? Dal loro aspetto non si riesce a decifrare.
Ma tant’è.
Il rischio di dover assistere ad un linciaggio ti fa superare la paura e, gambe tremanti, ci ti butti metaforicamente nella mischia.
Naufragati subito miseramente i tentativi di pacificazione, decidi a questo punto, di far rifugiare il malcapitato africano presso la tua abitazione che, fortunatamente, è lì nei pressi.
Tuttavia l’impresa non è affatto semplice perché gli aggressori “dissentono” un tantino…
A questo punto il cronista passa, obtorto collo, il testimone al “protagonista per caso” che racconta quanto segue.
Dopo un po’ di bailamme (e dopo aver schivato qualche pezzo di bottiglia lanciato dai – fortunatamente imprecisi – aggressori) alla fine il piano di rifugiarsi a casa mia va in porto e, lasciato il gruppo ululante a battere pugni sul portone condominiale, prendiamo riparo nell’abitazione. A questo punto il mio giovane ospite mi chiede di chiamare i carabinieri: l’avevo pensato anche io, ma apprezzo con piacere che me lo proponga lui.
Considerato com’è andata con il 112, provo con il 113 che, onore al merito, risponde subito promettendo il pronto invio di una pattuglia. Il ragazzo si sente sollevato, e io con lui.
Nell’attesa il giovane, che nel frattempo mi dice di essere ghanese, racconta che il gruppo di “giustizieri” gli imputa di essere uno spacciatore di droga. Lui nega. Sarà vera l’una o l’altra tesi? Chissà.
Lasciamo la casa per attendere al portone l’arrivo della Polizia. Le disavventure sembrano non arrestarsi: ci imbattiamo in tre uomini che irrompono con (comprensibile) foga intimandoci di fermarci.
Chiedo loro chi siano, uno risponde: «carabinieri», ma solo dopo ripetute e insistite insistenze (ove la ripetizione è dovuta!) mi esibisce il tesserino. Di contro esibisco il mio, vetusto, di giornalista: lo vedo un po’ sorpreso. Ma, anziché calmarsi, trasforma la sua irruenza in arroganza. Si avvicina minacciosamente verso di me, fa vedere la pistola che poi infila nella cintura, nella parte posteriore, verso il fianco; mi chiedo fra me e me se sia legittimo lasciare la pistola con così poca cautela di custodia ma lui non me ne dà il tempo; alza la voce, mi urla contro e utilizza il suo stomaco prominente e la sua mole fisica per spintonarmi.
Mi rigira il dito dinanzi il naso, mi provoca. Ecco venirmi in soccorso il ricordo della mia antica militanza gandhiana del Partito radicale: «non reagire, non accettare la provocazione, ma non indietreggiare di un passo». Dunque ribatto verbalmente, a voce calma, punto per punto senza mai andare al di là (anche per non dare pretesti per andare nell’Aldilà: i nomi di Federico Aldrovandi, Stefano Cucchi, Giuseppe Uva e di tante altre opache realtà, mi frullano in testa)…
Lui insiste, sempre più arrogante mi minaccia di arresto, mi dà del “tu”; sembra quasi che, per lui, che il personaggio principale sia io e non il giovane ghanese (che, nel frattempo piange e si dispera seduto in un angolo).
Nessuna risposta mi fornisce nemmeno quando gli faccio notare che ha fatto entrare nelle pertinenze private della mia abitazione anche uno dei giovani violenti di cui sopra che, per non smentirsi, prosegue a inveire indisturbato contro il ragazzo africano e contro di me.
Gli altri due carabinieri si comportano in modo un po’ più urbano; chiedo loro supporto morale ma conseguo l’effetto contrario: mostrano di essere psicologicamente sottomessi al primo (forse anche gerarchicamente sottoposti, non so) e diventano verbalmente violenti anche loro. Insisto e chiedo a tutti e tre se necessiti proprio fare i bulli quando il tutto risulta calmo e tranquillo (perché la situazione, loro comportamenti a parte, è del tutto effettivamente calma e tranquilla). Ovviamente, tenuto conto dei precedenti, non giunge alcuna risposta.
Perché, mi chiedo, questi carabinieri preferiscono non interpretare il ruolo di Gigi Proietti nel “Maresciallo Rocca” ma quello di Bud Spencer nelle sue varie bullesche interpretazioni?
Mah.
Il carabiniere dominante si allontana e torna dopo qualche minuto. Ci intima di seguirlo in caserma. Mi fa capire che sono in stato di fermo/arresto. Mi spinge ancora.
Fuori dal portone condominiale la scena è quella solita in queste occasioni: un nugolo di curiosi e alcune auto dell’Arma.
Vengo accompagnato in un’auto diretta, me ne accorgerò dopo, alla, piuttosto lontana, caserma di Casalbertone (chissà perché non andiamo invece nella caserma di via Bordoni, che dista solo 500 metri!).
La scena cambia totalmente: i due nuovi carabinieri in auto sono cortesi, urbani, normali, insomma. Capiamoci bene: non “smielati”, semplicemente professionali.
Analoga cortesia ordinaria (caspita com’è difficile descrivere la normalità!) la riscontro nella caserma. Il militare che si avvicina a me, in modo professionale, mi spiega subito che non sono né fermato né altro: sono solo invitato a stendere la mia testimonianza dei fatti; cosa che faccio ben volentieri.
Il professionale atteggiamento dei carabinieri della caserma sembra fortunatamente riscattare l’onorabilità all’Arma.
Nei corridoi vedo due dei “bravi” manzoniani, i ragazzi che avevano minacciato me e, soprattutto, il giovane ghanese: adesso sono calmissimi; li osservo meglio: più che improvvisati vigilantes mi sembrano persone “disturbate”, ma, ovviamente, è solo una sensazione che nasce dall’aver frequentato, per molti anni, come giornalista, diverse comunità di recupero di tossicodipendenti.
Si avvertono pianti e singhiozzi: sono quelli del giovane ghanese che, complice le sue difficoltà nella lingua italiana, fa fatica a dire la sua.
Avrebbe bisogno di un avvocato “vero” e io non lo sono; il classico difensore d’ufficio avrà voglia di impegnarsi per far valere le sue ragioni? Ci sarà un avvocato che, leggendo queste righe, vorrà occuparsene?
Terminata la deposizione vado via salutato, con normale urbanità, dai miei interlocutori.
Se l’episodio è stato vissuto con disagio, a tratti con paura, e con grande difficoltà per me, giornalista italiano con esperienza sulle spalle, come sarà stato per il ragazzo ghanese?

Fulvio Mazza

(www.bottegascriptamanent.it, anno VIII, n. 85, settembre 2014)

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