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Problemi e riflessioni (a cura di Mariacristiana Guglielmelli) . Anno VIII, n 84, agosto 2014

Zoom immagine L’epopea delle Termopili
tra Spartani e Persiani

di Guglielmo Colombero
Da Saecula, la rievocazione di uno scontro epico:
la Grecia democratica contro Serse autocrate


«Un carro si fermò proprio lì vicino e il pastore vi scorse qualcuno all’interno: aveva la pelle olivastra e gli occhi neri come barba e capelli, lo sguardo acceso d’un fulgore potente. Scendendo, l’uomo svelò al fianco una corta spada ricurva, ma non la sfiorò neppure, si gustò una profonda boccata d’aria fresca e, raggiunti i cavalieri, si espresse parlando il greco alla perfezione: “Non saluti il tuo re?” chiese». Un incipit possente, quello del romanzo Polimnia. Di 300 Spartani, una Grecia e dei Persiani di Serse (Edizioni Saecula, pp. 400, € 20,00). L’autore, Alessandro Cortese, messinese di origine e abruzzese di adozione, è laureato in Chimica ma appassionato di letteratura: ha già pubblicato con Arpanet due romanzi, Eden (2010) e Ad lucem (2012). Nel brano appena citato, tratteggia la figura di Serse senza cadere nell’enfasi fumettistica inaugurata dalle mode cinematografiche dei kolossal stile  300: il tiranno persiano è, infatti, descritto con sobrio realismo. Un autocrate tutt’altro che ottuso: megalomane, forse, ma comunque artefice di un disegno politico anticipatore del futuro divide et impera romano. Molte pagine, nella parte centrale del romanzo, sono poi dedicate agli antefatti della Seconda guerra persiana: l’orrido declino fisico e mentale di Cambise e l’ascesa al trono di Dario, padre di Serse e primo sovrano achemenide a tentare la conquista della Grecia dieci anni prima del figlio, con esito fallimentare, culminato nella disfatta di Maratona (490 a.C.). La descrizione che ci offre Cortese di quella leggendaria battaglia è un affresco iperrealista denso di echi espressionistici, in cui la fatica di uccidere nel corpo a corpo emerge in tutta la sua spaventosa crudezza: «Il gruppo di Greci si era fatto strada nella calca, aveva bloccato i Medi proiettatisi contro lo strategos e ne aveva difeso l’avanzata, permettendogli di raggiungere Dati: con un verso che nulla aveva a che fare con la parola ma, anzi, più simile al grugnito del cinghiale ferito quando lo si caccia per finirlo, Milziade aveva affondato l’arma nella spalla sinistra del comandante nemico, proprio sotto la clavicola. Il Persiano, sentendo ormai inutilizzabile il braccio con cui brandiva l’acinace, l’aveva lasciata, Milziade tuttavia non gli aveva dimostrato alcuna pietà e, non avendo intenzione di fare prigionieri, col solo intento di cancellare l’invasore dalla sua terra, aveva sfilato la spada dal corpo dell’altro, l’aveva stretta con entrambe le mani e aveva sciolto le braccia in un colpo poderoso, dall’alto verso il basso, come brandisse un martello e ricavandone il medesimo risultato: aveva colpito di taglio la testa di Dati, sfondandola, e il volto del comandante era parso sgonfiarsi, privo del supporto delle ossa facciali, frantumate nell’impatto».

 

Un impero multietnico contro le libere città-stato greche

L’invasione della Grecia, organizzata da Serse con scrupolo quasi maniacale, è il primo esempio storico di “guerra totale”: quasi un millennio e mezzo più tardi, un altro impero in piena espansione, quello nazifascista, tenterà un’analoga, folle avventura scatenando l’Operazione Barbarossa contro l’Unione Sovietica. Chi non si piega al giogo del Re dei re viene annientato, e la politica della terra bruciata è descritta da Cortese con modernità di linguaggio e fascino evocativo: «Ho udito i gemiti e il dolore in mezzo ai gemiti, tremenda è la sorte e irrimediabili le scelte che mi segnano e decidono l’avvenire dell’Impero: feroci e inauditi e orrendi mali, da far tremare insieme cielo e terra, ferite e stragi e tanti funerali faranno il mio rancore ancor più micidiale, armato d’ira e pronto a scatenare tutto il mio furore, dando libertà alla follia di travolgermi la mente, perché la fortuna teme i coraggiosi e schiaccia i vili, ma nulla può fare contro i pazzi! E ridurrò la Grecia in cenere: il vortice di fiamme e fumo si vedrà da Susa, questo giuro, perché mai la mia collera si stancherà d’esigere vendetta!». E le atrocità commesse dagli invasori contro i civili inermi anticipano le testimonianze televisive dei recenti orrori nei Balcani, in Cecenia o in Siria. «I Persiani li avevano cancellati, li avevano calpestati inghiottendoli nella loro moltitudine frenetica, ma senza avere la premura di finirli. Qualcuno, tra quelli di Eretria miracolosamente ancora vivi, aveva rimpianto di non esser morto immediatamente, perché aveva visto l’orda passargli sopra e giungere in città: aveva visto i soldati con le spade in mano puntare sulle donne e sui bambini, su chi si muoveva con difficoltà, su tutti quelli colti nel tentativo di darsi alla fuga per trovare un riparo nei boschi verso il Citerone. Erano stati aggrediti e costretti in terra, trascinati nelle loro case, in abitazioni violate e trasformate in nuovi templi, dove le preghiere diventavano bestemmie e i riti, celebrati al loro interno, parlavano con le suppliche di donne stuprate da branchi di soldati, di madri che subivano l’assassinio di figli poco più che infanti, di vecchi presi a calci fino a non aver più un solo osso integro in tutto il corpo».

 

Così dissero gli Spartani alle Termopili

«Schiera pure milioni di guerrieri, ma non troverai nei Persiani ciò che anima e tempra i Lacedemoni. Parlo d’una fede incrollabile in un dio ben più grande di Zeus: è la Legge. E per quanto il tuo esercito spaventi i nemici con la sua sola leggenda, non spaventerai Sparta. Perché la Legge non permette loro d’avere paura». Un esule spartano mette in guardia Serse, gonfio dell’orgogliosa sicurezza di chi ritiene la propria armata invincibile. E nel furore della battaglia gli invasori persiani si rendono conto che espugnare le Termopili costerà loro un’immane carneficina: «Nello scontro non era difficile riconoscere la stazza di uno che superava i più alti di almeno una testa: armeggiando con l’ascia bipenne e la lancia, Dienece mutilava Persiani sfoltendone i raggruppamenti davanti a sé, o si avventava su chi tentava di ritirarsi. Sembrava non ci fosse niente che potesse rallentarlo, impensierirlo o impietosirlo. Lasciava le urla di quelli fatti a pezzi a testimonianza del suo passaggio, rapido come se alle calcagna avesse la bocca dell’Ade spalancata e pronta a divorarlo, ma sordo alla morte che dispensava. Se anche l’Ade gli fosse stato davvero alle spalle, probabilmente non ci avrebbe fatto troppo caso». Il disprezzo della morte che pervade i guerrieri di Leonida frantuma il morale delle soverchianti truppe di Serse. Il protervo e implacabile tiranno impazzisce di rabbia, ossessionato dagli spettri ammonitori dei sovrani che lo hanno preceduto nel fallimento, Cambise e Dario. Serse getta nella mischia gli Immortali, l’élite del suo esercito, e suscita il tarlo del dubbio persino nel loro inflessibile comandante: «Perché?, si chiese Idarne. È il volere del Re, si rispose. Il volere di chi, seduto in disparte e dall’alto di un trono, guardava i suoi soldati morire per lui. Era facile da sopra la collina, si disse ancora, ma sull’orlo del Durak era tutto diverso. Sull’orlo del Durak, si scorgeva il colore di polvere e sabbia, il puzzo ferroso del sangue rappreso, e Idarne si chiese quanto fosse opinabile il dovere e l’obbligo di patire l’inferno». I sussulti finali della battaglia delle Termopili (480 a.C.) sono pennellati da Cortese con vivida partecipazione emotiva: «Insensibile alle ferite subite, la gente di Grecia provò a strappare le armi dalle mani dei soldati nemici, nel disperato tentativo di guadagnare ancora un po’ di tempo. Il teatro di guerra benedisse nuovamente quelli che, spalla contro spalla, alzarono gli hopla, mettendo le lambda rosse a difesa del fianco destro del compagno vicino e occupando completamente tutto lo spazio di fronte a sé, così da contrapporre un muro di carne e bronzo all’avanzata persiana». E gli ultimi istanti di vita di Leonida creano un effetto di sospensione temporale, quasi pietrificati in un tableau vivant: «Fu un balletto infinito di ferite e mutilazioni, con la prima linea che continuava a opporre resistenza alzando mura di corpi, dietro i quali tirare il fiato per un attimo, e scatenando subito dopo forsennate sassaiole, incitati di continuo dalle urla di Leonida. Ma quando il re smise di gridare, anche il tempo smise con esso: la polvere rimase immobile in aria, circondando soldati e sovrano. Lo videro in piedi, i figli di Grecia, rigido sul tronco fattosi pesante». La percezione sensoriale di Leonida morente, magistralmente dilatata da Cortese, sprigiona un respiro quasi omerico: «Era stato come il battito d’ali d’un insetto, ad avergli sibilato vicino all’orecchio: la sua testa si era voltata di scatto sentendo il rumore, avvertendo un pericolo da guardare in faccia, consapevole come non ci fosse più modo di opporsi alla morte. Anche allora, quando la lancia trovò la propria strada e sfondò il suo corsaletto di cuoio, trafiggendolo da parte a parte, Leonida era in piedi a guidare la Grecia. Le sue mani tremanti sfiorarono il legno che gli spezzava l’addome, le gambe gli cedettero. Leonida cadde in ginocchio».

 

Un leggendario sacrificio che rivive attraverso i secoli

Cortese realizza il suo affresco storico con vigore plastico e ricchezza figurativa, ma senza mai eccedere in ridondanze barocche. Ricorre a un dosaggio sapiente fra i personaggi e la cornice in cui si muovono, fluido negli snodi narrativi e, nel contempo, profondo e introspettivo. Il rigore dello storico si amalgama con eleganza alla passione del romanziere, i dialoghi fitti ma non prolissi arieggiano il testo, e il ritmo incalzante che serpeggia nel racconto trattiene sulla pagina anche il lettore non particolarmente ferrato in storia antica. L’autore è metodico nel ricostruire quell’epoca cruenta e feroce, ma anche sensibile nello sviscerare i moti interiori dei protagonisti: non solo Serse e Leonida, ma anche i generali persiani come l’arrogante Mardonio e i combattenti spartani come lo spietato Dienece; il mistico indovino Megistia; il disilluso Demarato e l’avido Efialte, entrambi traditori ma con motivazioni differenti. Una delle rare presenze femminili è l’impavida e perspicace Gorgò, sposa di Leonida: «“Le donne spartane sono le sole a comandare agli uomini,” aveva ironizzato un’ospite dell’Attica, moglie d’un ambasciatore, durante una cena in cui era stato raccontato quell’aneddoto. “Perché siamo le sole a mettere al mondo gli uomini,” l’aveva fulminata Gorgò». Il riverbero dei classici sulle pagine di Cortese appare evidente: ha sicuramente letto con estrema attenzione le Storie di Erodoto, La guerra del Peloponneso di Tucidide e le Vite dei massimi condottieri di Cornelio Nepote. Evoca spesso e volentieri il loro stile scarno, essenziale, da “corrispondenti di guerra” dei tempi antichi. E chiude il racconto con un palpitante inno alla libertà: «Il seme piantato dalle guerre persiane si sarebbe schiuso partorendo un albero splendido, tra le fronde del quale già cresceva rigoglioso un unico popolo: quello greco».

 

Guglielmo Colombero

 

(www.bottegascriptamanent.it, anno VIII, n. 84, agosto 2014)

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