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A. XIV, n.155, agosto 2020
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Dibattiti ed eventi (a cura di Selene Miriam Corapi)

Addio García Márquez,
profondo conoscitore
e sapiente narratore
dell’animo umano

di Angela Patrono
Il Premio Nobel colombiano si è spento a 87 anni, lasciando in eredità
le sue intense riflessioni sul destino tra le pagine di libri indimenticabili


«Molti anni dopo, di fronte al plotone di esecuzione, il colonnello Aureliano Buendía si sarebbe ricordato di quel remoto pomeriggio in cui suo padre lo aveva condotto a conoscere il ghiaccio. Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche. Il mondo era così recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito». Così, con un incipit memorabile e rimasto indelebile nella memoria collettiva, inizia uno dei libri più significativi della letteratura latinoamericana, se non mondiale: Cent’anni di solitudine. Il suo autore, Gabriel García Márquez, se n’è andato pochi giorni fa.
La morte dello scrittore colombiano ha aperto un vuoto incolmabile nel panorama culturale ispanofono. Gabo era unico nel padroneggiare la lingua spagnola, così musicale e ritmica, dandole un nuovo slancio ed esponendola a nuove sfide lessicali e stilistiche. Il Premio Nobel amava esprimersi in un linguaggio poetico e duro al tempo stesso, dipingendo ritratti insieme dolenti e meravigliati della sua gente, il popolo latinoamericano, sempre attraversato da una sottile e spettrale malinconia. Ma al di là di tante parole o commemorazioni sterili, vogliamo ricordarlo come un narratore ironico e geniale, un autore che per scrivere, come lui stesso dichiarò in un’intervista, non partiva «da un’idea, ma da un’immagine o un sentimento».
Definito il padre del realismo magico, definizione che lui stesso respingeva («Io sono un realista puro»), García Márquez ammetteva comunque il ruolo spiccato dei simboli e del fantastico nelle sue opere: «Ho l’impressione che dietro la realtà immediata, quella che viviamo, esiste un’altra realtà, che solo l’intuizione poetica riesce a captare». Ed è per questo che libri come il già citato Cent’anni di solitudine, ma anche L’autunno del patriarca, Cronaca di una morte annunciata, L’amore ai tempi del colera, sono degni di assurgere al rango di capolavori: perché parlano del grande mistero dell’essere umano, creatura fatta di contraddizioni, con le sue gioie e i suoi fantasmi, le sue ossessioni e le sue disperazioni, capace di cadere in ginocchio e di rialzarsi di scatto, per riprendere quella corsa frenetica chiamata vita.
«Poi lo guardò, e vide la sua padronanza invincibile, il suo amore impavido, e lo turbò il sospetto che è la vita, più che la morte, a non avere limiti».

Angela Patrono

(www.bottegascriptamanent.it, anno VIII, n. 80, aprile 2014)

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