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A. XIV, n.155, agosto 2020
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Dibattiti ed eventi (a cura di Selene Miriam Corapi)

A teatro l’ipotesi
onirica della morte
di un grande innovatore:
Antonin Artaud

di Francesca Erica Bruzzese
Dalla passione di un regista pisano per la vita travagliata del grande
scrittore e drammaturgo, nasce un’opera teatrale suggestiva e intensa


«Dedico questo libro ai mani d’Apollonio di Tiana, contemporaneo di Cristo, e a quanto può restare d’Illuminati autentici in questo mondo che se ne va.
E per sottolineare la sua inattualità profonda, il suo spiritualismo, la sua inutilità, lo dedico alla anarchia e alla guerra per questo mondo.
Lo dedico infine agli Antenati, agli Eroi nel senso antico e ai mani dei Grandi Morti» (da Héliogabale, di Antonin Artaud).

Un profeta inascoltato e «condannato a morte come il Cristo», un innovatore lucido e visionario, un riformatore-restauratore del teatro nel suo significato metafisico più profondo, un tabù occultato alla collettività, un ribelle contro la società: la dedica del suo romanzo storico Héliogabale sintetizza pienamente, oltreché la reale statura del personaggio, la percezione che aveva di sé Antonin Artaud, artista poliedrico più volte internato in ospedali psichiatrici che, agli inizi del Novecento, ha inaugurato una vera e propria rivoluzione teatrale, teorizzando la necessità di una demitizzazione del ruolo del testo nella messa in scena e riportando l’idea di “spettacolo” ad una dimensione più strettamente “visiva”, quale era, appunto, nella sua accezione originaria. Artaud ha vissuto una vita travagliata, segnata sin dall’adolescenza da disturbi neurologici, probabilmente dovuti alla meningite di cui aveva sofferto in tenera età. Il Surrealismo, corrente cui aveva aderito in una prima fase della sua vita, era stato da lui concepito come un’occasione di liberazione dello spirito, di ricerca del proprio essere intellettuale; questo, fino al momento in cui venne escluso dal movimento. La sua intera esistenza è stata ininterrottamente protesa verso uno spiritualismo che potesse affrancarlo e realizzarlo come persona e come artista, intento in parte deluso dai limiti di cui egli stesso era consapevole e di cui avvertiva l’oppressione, dovuti tanto alle sue condizioni psichiche, quanto alle conseguenze da esse inevitabilmente sortite.
Nonostante ciò, resta un futurista, un innovatore, un precursore sempre attuale e anticonvenzionale, un autore controverso e affascinante nella personalità e nel pensiero.
È per questo che, sulla scia della sua concezione della vita e del “fare teatro”, Vincenzo Cirillo, regista pisano di origini campane attualmente trapiantato a Dijon, ha voluto dedicargli il lavoro intitolato La morte di Antonin Artaud, incentrato sul momento definitivo di liberazione dell’anima “incatenata” di questo artista e sul suo atto di ribellione contro un mondo che ha costantemente cercato di sopprimerlo o emarginarlo.

La morte di Antonin Artaud: uno spettacolo dai toni futuristici
Per Vincenzo Cirillo, direttore artistico del movimento culturale e della compagnia teatrale Ombradipeter, nonché di Italiart - le festival italien de Dijon, lavorare su dati biografici, opere e pensiero di Antonin Artaud rappresenta forse anche un omaggio efficace alla propria costituzione attoriale. Tra le esperienze formative realizzate da studente, infatti, può vantare la partecipazione alle prove finali per il Lorenzaccio diretto da Carmelo Bene, il guru vicino ad Artaud circa il discorso sul linguaggio teatrale.
Ma profondo sembra essere il suo amore per il drammaturgo, a prescindere dalla propria formazione. Infatti, di questa performance – la sua terza su Artaud – Cirillo non è solo regista, ma anche sceneggiatore: «Per scrivere questo lavoro – dichiara – mi sono basato su tutti gli scritti di Artaud: Le Théâtre et son double, Van Gogh Le Suïcidé de la société, Le Pèse-nerfs, Lettere ai prepotenti – in una delle quali è contenuta l’affermazione di essere stato condannato a morte come il Cristo –, ma soprattutto sul libro scritto da Alain e Odette Virmaux, Antonin Artaud. Qui êtes-vous?, in cui i due autori intervistano gli amici di Artaud, i suoi attori e le persone che lo hanno conosciuto. […] In questo spettacolo ho voluto rappresentare Artaud alla fine della sua vita, dopo essere uscito dai vari internamenti in ospedali psichiatrici ed avere subito i trentotto elettroshock che lo avevano invecchiato precocemente rendendolo “Le Momo”. Qui ho immaginato un sogno fatto da Artaud all’ospedale di Rodez, quando era ancora “Nanaqui”, giovane e bello. Dopo aver preso delle droghe, ha immaginato la sua morte; Artaud aveva il cancro al retto che lo faceva soffrire. Quindi non la realtà, ma un sogno: Artaud giovane, sua madre giovane come la vedeva lui in questo sogno, e la sua anima, che sentiva femminile, prigioniera del corpo e dell’incomprensione da parte della critica e dei suoi pari verso la propria visione del teatro e l’arte tout-court».
E difatti, tre sono gli interpreti che, sul palcoscenico del cineteatro storico Lumière di Pisa, mercoledì 22 gennaio, hanno dato vita ai personaggi della pièce teatrale: Costantino Montalto nei panni di Antonin Artaud, Chiara Brissa in quelli della madre – personaggio dai contorni piuttosto evanescenti in quanto reificazione della percezione artaudiana della figura materna e, a tutti gli effetti, componente della personalità del protagonista – e Noemi Caruso, interprete dell’anima più autentica dell’artista, se si vuole, quella più “istintiva” e immune dal condizionamento genitoriale, desiderosa della libertà di cui non riusciva a trovare piena espressione.
Una “trinità” che può forse ricordare quella sacra, dal momento che Artaud si identificava nella figura del Cristo, la cui presenza in scena è suggerita da una grossa croce in legno trascinata da uno dei personaggi.
Gli attori, tutti calabresi, si distinguono per una compiuta e matura consapevolezza del controllo del proprio corpo e delle forze da loro agite nella scena: in onore alla “rivoluzione teatrale” messa in atto da Artaud, infatti, molto spazio è lasciato all’interpretazione attraverso il movimento; in particolare le coreografie, curate da Noemi Caruso, sono un omaggio all’importanza che la danza e il teatro balinese hanno avuto nell’opera del drammaturgo.
Pochi dialoghi, quindi, ma significativi: la sceneggiatura, composta di citazioni tratte da varie opere dell’autore, è cadenzata dalle musiche originali di Luigi Marino e Alessandro Rizzo, che, ricalcando i timbri della contemporaneità, contribuiscono alla riuscita di una performance che vuole descrivere un’atmosfera sperimentale, futuristica e da Avanguardie.
Di Vincenzo Cirillo non sono solo la sceneggiatura e la regia, suo è pure il regolamento delle luci sulla scena, componente tutt’altro che trascurabile, considerato che lo spettacolo, già presentato lo scorso 3 ottobre in occasione della VII edizione del Karel Music Expo 2013 a Cagliari, è stato definito una “sorpresa” anche per gli straordinari effetti sortiti dai giochi cromatici tra le ombre dei personaggi e la proiezione delle luci.
In sintesi, un’esibizione artistica di grande impatto; quaranta minuti – coerentemente con i tempi previsti per le rappresentazioni di teatro indipendente – in cui in Artaud rivivono reinterpretate anche altre grandi figure del teatro classico quali Prometeo ed Edipo: il primo, il Titano generoso e benevolo che fu punito con l’incatenamento per avere sfidato gli dèi svelando i loro segreti; il secondo, lo sventurato re di Tebe che condannò se stesso alla cecità per aver ucciso il proprio padre ed essersi unito, in nozze incestuose, con la madre.
«Un sogno senza epoca e tempo tutto nella testa di Artaud, ma, essendo tutto falso, potrebbe essere tutto vero», dichiara il regista, aggiungendo: «In fondo Artaud si drogava, aveva un rapporto strano con sua madre che amava e detestava; era stata lei a farlo internare in sanatorio. Artaud è stato trovato morto nella sua povera stanza parigina, era solo con poche candele, quindi sarebbe veramente potuta andare così come nello spettacolo».
E, sulle parole di Vincenzo Cirillo, restiamo in attesa della prossima rappresentazione di questo work in progress, che si terrà verosimilmente il 24 maggio in Calabria, al Piccolo teatro Unical di Rende.

Francesca Erica Bruzzese

(www.bottegascriptamanent.it, anno VIII, n. 79, marzo 2014)

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