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A. XIV, n. 156, settembre 2020
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Riflessi d'autore (a cura di Aurora Logullo)

Zoom immagine Una voce fuori dal coro
lungo strade non battute
tra delicatezza infantile
e dolori senza tempo

di Maria Saporito
Per il Segnalibro, una sequenza di esperienze di vita che interrogano
l’individuo sull’autenticità dell’esistenza ai tempi della globalizzazione


Non capita spesso di imbattersi nella lettura di qualcosa di nuovo. Vinta dalla globalizzazione che degenera in stanca omologazione, ogni categoria del nostro vivere quotidiano sembra trascinarsi senza aspettative, in un vortice svuotante ai limiti dell’apatia. In questo “piattume” diffuso, celebrato dai media, la voce nitida e “non allineata” di uno scrittore come Rinaldo Boggiani può portare ristoro e spalancare le porte a scenari inediti, a inaspettate scoperte. Boggiani è un “eterodosso” per vocazione: la sua biografia s’incardina su un ossimoro che rende plasticamente l’essenza della dialettica interna che da sempre lo attraversa. «Anarco-costituzionalista» ama definirsi lo scrittore che, dopo aver approfondito gli studi giuridici, ha scelto di accostarsi alle leggi con istintiva libertà, affrancandosi da regole stringenti e da codici castranti. Saggista e narratore brillante, Boggiani si allontana da sempre dalla strada maestra per avventurarsi nei sentieri meno battuti, dove l’essenza delle cose e delle persone restituisce il gusto agrodolce della verità, che affascina e inquieta insieme.

 

Fobie di ogni età

Il brevetto e altri racconti (il Segnalibro, pp. 226, € 15,00) è il suo ultimo libro, concepito come grande contenitore in cui raccogliere le storie redatte in quasi un decennio di attività. Un mosaico variegato e complesso, i cui tasselli prismatici riflettono le schegge di esistenze faticose. E fuori dall’ordinario.

Ne Il brevetto, primo racconto della raccolta, Boggiani si avventura in un intrepido “flusso di coscienza” di joyciana memoria, nel quale riversa i pensieri inconfessati del protagonista. Un fluire ininterrotto di ossessioni, fobie, sensi di colpa e disillusioni, in cui la punteggiatura scompare concedendo spazio solo a qualche punto fermo. Una valanga emozionale straordinariamente efficace, raccontata col garbo di chi vuole riportare senza mai giudicare. Né tantomeno insegnare.

Stelle nere è, invece, il titolo del secondo racconto che compone la raccolta: in esso Boggiani visita, con grande delicatezza, il mondo infantile, intrattenendosi su dinamiche che tradiscono il suo sconfinato affetto (quanto mai rispettoso) per i bambini. «Da quando è morto il nonno ho imparato ad amare i morti. I morti riempiono i vivi», fa dire l’autore a uno dei suoi giovanissimi personaggi, terrorizzato da un diavolo che molesta il suo sonno. «Speriamo stasera non arrivi la notte», aggiunge. Con trasporto quasi paterno, lo scrittore accompagna i suoi piccoli protagonisti nello scorrere delle loro esistenze, raccogliendone miserie e paure che spesso degenerano in ossessione. O in vere e proprie patologie. È qui che lo sguardo acuto dello scrittore si allarga per raggiungere “territori” inediti, carichi di luci e ombre che si aprono spesso a riflessioni sgradite.

 

Lutti senza tempo

In Domani ero si mostra, invece, il Boggiani più “filosofico”, quello che non indietreggia ma affronta, anzi, con grande dignità il tema irrisolto del tempo. Il passato, il presente e il futuro spalancano scenari ingovernabili, in cui l’autore tenta di districarsi come può, fornendo la sua personale opinione. «Siamo solo passato. – si legge in un passaggio del racconto – Il futuro non c’è il presente nemmeno». E ancora: «se scrivo “domani ero” in un compito in classe – spiega lo scrittore – mi prendo un brutto voto perché ho sbagliato la consecutio temporum che non ho mai capito. Ma se scrivo “domani ero” in questo romanzo e trovo un editore abbastanza intelligente ricco e pazzo che me lo stampi allora tutto ha un senso e nessuno prenderà una matita blu o rossa per segnare errore. Perché non si tratta di un errore ma dell’universo».

Nella ricca galleria di personaggi tracciata da Boggiani, meritano, infine, una menzione speciale i protagonisti di 2012. La Shoah nel pianto di un bambino. Sono queste le pagine più vibranti della raccolta, quelle in cui, con doloroso affetto, l’autore dà voce alle giovani vittime dell’Olocausto, vinte da un odio cieco e indimenticabile: «sassi nel cuore. Cuore di bimbo. Che ha visto e non comprende. Niente. Niente di quello che ha visto laggiù. Niente di quello che vede quassù». In questo lutto senza tempo, le voci dei bambini bruciati nei forni si levano a invocare una preghiera: «se in una notte d’estate alzerete lo sguardo verso il cielo, con gli occhi bagnati vedrete milioni di stelle nere». Perché il ricordo resta l’unica possibilità concessa a chi ha saputo, e non ha potuto (o voluto), evitare l’unica strada da percorrere per restituire pace a chi non può dimenticare: «mani giganti mi chiusero la gola le mani di mamma non poterono niente. Venni strappato all’ultimo abbraccio e buttato nel fuoco perché non servivo».

 

Maria Saporito

 

(www.bottegascriptamanent.it, anno VIII, n. 78, febbraio 2014)

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