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A. XIV, n.155, agosto 2020
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Dibattiti ed eventi (a cura di Annalisa Lentini)

Eccidio fascista del ’25:
capitolo della dura lotta
per lo sfruttamento
dei territori della Sila

di Riccardo Berardi
Edita da Città del sole, un’accurata indagine storiografica delle vicende
che divisero ceto contadino e latifondisti dell’antico territorio florense


La novità letteraria su cui ci accingiamo a discorrere colma un vuoto editoriale e storiografico sulle vicende della città silana di San Giovanni in Fiore nell’età contemporanea, attraverso un’attenta e ampia ricostruzione del massacro di contadini innocenti avvenuto il 2 agosto del 1925.
La prima parte del saggio di Salvatore Belcastro, Sotto il selciato. Storia di una strage dimenticata (Città del sole edizioni, pp. 126, € 12,00), affronta criticamente la millenaria questione agraria della Sila; l’analisi parte ab origine e si sofferma sul grande sfruttamento fondiario perpetrato dall’abbazia florense ‒ fondata da Gioacchino da Fiore alla fine del XII secolo ‒ a danno della popolazione locale. Questa istituzione – grazie all’iniziale munificenza di Tancredi, conte di Lecce e re di Sicilia – modellò sull’allevamento l’intera economia del territorio, favorendo un’attività che dava sostentamento ai monaci ma gravava sulle spalle dei contadini che dovevano, in vario modo, lavorare gratuitamente a favore dei monaci stessi.

La terra tra latifondisti e contadini
L’autore della trattazione rileva che la precaria condizione del mondo contadino non migliorò né con l’Età moderna né dopo l’abolizione del feudalesimo nel 1806. La terra, unica ed esclusiva risorsa, era in mano a pochissime famiglie, le quali, grazie alla legge Sulla Sila regia (n. 3124/1876), divennero legittime proprietarie delle “difese” che in passato avevano usurpato, prendendo così in gestione le grandi proprietà demaniali al posto dei comuni.
Il saggio chiarisce come quella descritta fosse una situazione molto diffusa in Calabria dove, infatti, il nuovo ceto borghese latifondistico si era sostituito al ceto feudale di inizio Ottocento mantenendo inalterata la classica struttura sociale fondata sulla povertà dei ceti lavoratori contadini.
Dopo aver messo in risalto la realtà di questi ultimi a San Giovanni in Fiore nel XIX secolo, Belcastro si sofferma su alcuni esempi di discontinuità rispetto alla condizione di oppressione, come le iniziative del sacerdote economista Leopoldo Pagano, le quali costituirono dei barlumi di speranza per la risoluzione del problema agrario. L’autore mette in risalto come il sacerdote diamantese auspicasse un maggiore sfruttamento dei terreni incolti sulla base dell’idea secondo cui «la natura creò l’Italia fatalmente agricola» e come lo stesso propugnasse l’associazione dei contadini per migliorare la coltivazione e la produzione. Purtroppo, il progetto di Pagano si fermò allo stato teorico, poiché fu osteggiato dai grandi proprietari terrieri.
Nella medesima direzione andarono gli interventi di Guglielmo Tocci, autore nel 1866 del saggio La questione della Sila in Calabria. Sua storia ed esami del relativo progetto di legge 1866. Tocci introdusse la questione dell’utilizzo delle terre silane, articolandola in sei punti e riconoscendo ai contadini poveri il diritto di esercitare l’attività agricola sul territorio, che fosse demaniale o dei privati cittadini; tuttavia, il suo progetto, come evidenzia Belcastro, non ebbe seguito a causa dell’opposizione del notabilato agrario.

Questione agraria silana ed eccidio fascista
Lo studio si sofferma, inoltre, sulla questione del “brigantaggio silano” e procede verso il nuovo secolo senza trascurare l’aspetto sociologico del tributo di vite umane – come lapalissianamente suggerisce il titolo del saggio – pagato dai sangiovannesi durante la Prima guerra mondiale.
A rendere originale questo lavoro è, invece, la dettagliata descrizione dei tragici avvenimenti del 2 agosto del 1925. Belcastro inizia la sua narrazione analizzando le prime fasi della “fascistizzazione” della Calabria e insistendo sulla peculiarità e sull’importanza del ruolo svolto dalla regione non solo durante la piena affermazione del regime ma anche nella fase preliminare del fenomeno legato alla figura di Michele Bianchi.
La situazione del comune di San Giovanni in Fiore, in questo contesto storico, era del tutto singolare. Prima della svolta autoritaria del regime (3 gennaio 1925) era attiva una forte componente socialista guidata dal parlamentare Enrico Mastracchi, che cercò invano, nel 1923, di acquistare dai latifondisti quote di terreno da assegnare ai contadini a prezzo politico. La goccia che fece traboccare il vaso furono le nuove imposte del luglio del 1925 volute dal commissario fascista Giovanni Rossi: si trattava di tasse sui generi di prima necessità che stroncarono rapidamente le possibilità di sopravvivenza del ceto rurale.
Uno dei meriti di Belcastro è quello di aver sottoposto ad analisi puntuale e minuziosa i giorni che vanno dal 17 luglio al 2 agosto (data dell’eccidio commesso dai carabinieri di San Giovanni in Fiore che lasciò al suolo sei persone innocenti: quattro donne, di cui una incinta di nove mesi, ed un uomo), soffermandosi anche sul ruolo svolto dal ceto sacerdotale nel mantenimento dello status quo e quindi della condizione di povertà perenne dei contadini.
Accompagna il volume una fitta appendice documentaria ed iconografica che conferisce valore alle vicende non solo di San Giovanni in Fiore, ma di tutta la Calabria, presentando il testo come un “capitolo” esemplare della storia del sacrificio degli agricoltori e della questione agraria silana che, come ben noto, non sarà mai integralmente risolta, neanche nel Dopoguerra.

Riccardo Berardi

(www.bottegascriptamanent.it, anno VIII, n. 78, febbraio 2014)

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