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A. XIV, n.155, agosto 2020
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Dibattiti ed eventi (a cura di Annalisa Lentini)

Folklore e nazionalismo
in un’antologia di storie,
tra passato e presente
di una regione del Sud

di Francesca Ielpo
Da Donzelli editore, un libro scritto dalla mano esperta e appassionata
di Giuseppe Pitrè raccoglie le leggende e le tradizioni popolari siciliane


Trovarsi di fronte alla rinascita di vecchi racconti è un po’ come essere parte di un passato che, anche se non ci appartiene, ci lega alla nostra società e alla nostra lingua. Se si parla di folklore, si va oltre il livello emotivo del semplice riconoscersi: è un lavoro di identità su base territoriale e regionale.
La traduzione italiana, con testo dialettale siciliano a fronte, de Il pozzo delle meraviglie. 300 fiabe, novelle e racconti popolari siciliani (Donzelli editore, pp. XXXIV-806, € 30,00) di Giuseppe Pitrè, il fondatore della scienza folkloristica in Italia, si prefigge gli stessi scopi e traguardi di un’opera letteraria monumentale, che raggruppa, rappresenta, parla, diverte e insegna. Con la sacralità tipica di tali lavori, le trecento fiabe sono state presentate lo scorso 29 ottobre a Roma, presso la sala Zuccari del Senato.
La felice riuscita dell’atmosfera è frutto di una congiunzione tra il soggetto del discorso e le pareti vivacemente affrescate della stanza. Folklore e internazionalismo sono le tematiche dominanti. Prende la parola l’editore Carmine Donzelli, che illustra per filo e per segno le dinamiche di quest’impresa, definita un intenso investimento imprenditoriale. Vi era la necessità per la casa editrice di trovare un partner per condurre la “battaglia”, ed è così che entra in scena la Fondazione Sicilia. Insieme sono un «esempio clamoroso di come si lavori tra un’impresa editoriale e un’istituzione pubblica». Inoltre, dietro questo lavoro vi è la competenza editoriale costituita da più forze intellettuali, capaci non solo di tradurre il parlato popolare siciliano ‒ problema fondamentale ‒ ma anche di arricchire l’opera con illustrazioni, nonché correggere, montare, limare.

Il contributo della Fondazione e i giudizi critici
Dal discorso di Donzelli è palese che la nascita del libro di Pitrè sia stata meditata e organizzata al meglio: si tratta di un progetto editoriale elaborato e complesso, degno di grandi nomi. Non a caso, Giovanni Puglisi, docente e critico letterario italiano nonché presidente della Fondazione Sicilia, sottolinea: «Un’opera del genere non è pensabile senza un lavoro di squadra. La storia della cultura italiana è un incontro tra intelligenze, è la storia dei grandi editori, e Donzelli è uno di questi. È facile stampare libri, è difficile pubblicare opere». In seguito, lo stesso Puglisi si sofferma sulla storia delle fondazioni bancarie, per meglio fare intendere che tipo di aiuto Fondazione Sicilia, l’unica nella regione, possa avere dato. Essa, come le altre sparse per tutt’Italia, «restituisce vitalità storico-artistica a patrimoni materiali o immateriali». Tra le opere immateriali vi è, appunto, quella di Pitrè, importante dal punto di vista sia filologico – è «un lavoro pionieristico che si va a collocare in un momento in cui il dialetto potrebbe diventare patrimonio storico. Il dialetto è autentico in questo libro, non è italianizzato» – sia educativo, poiché diffonde la cultura siciliana nel mondo: «Pitrè – ricorda ancora Puglisi – fuori dalla Sicilia è una strada, non ne è rimasta alcuna traccia se non negli epigoni. Invece, è un personaggio importante: nel 1910 diventa il primo cattedratico per chiara fama all’Università di Palermo, nel 1914 è senatore del Regno; l’Accademia della Crusca lo nomina socio ordinario».
In altre parole, Donzelli ha dato vita a un progetto editoriale che è prima di tutto un’operazione culturale che restituisce a Pitrè la sua figura di intellettuale, attraversando la Sicilia, proprio perché il letterato palermitano non se ne è mai allontanato. Non è però contradditorio dire che egli è, allo stesso tempo, cittadino del mondo, in quanto riporta nelle sue storie verità universali e quotidiane riguardanti sia la realtà regionale sia quella del resto del globo: «Ci sono uomini e donne veri, brutti, belli, che piangono e che ridono».
La parola passa al curatore dell’opera Jack Zipes, professore di Germanistica e Letterature comparate all’Università del Minnesota ed esperto di fama internazionale, che nota una certa similitudine fra le storie siciliane e quelle europee: «Perciò Pitrè è un internazionalista e folklorista». Lo spirito popolare tipico del nostro Mezzogiorno, infatti, è riconoscibile anche al di fuori dei suoi confini, rendendo internazionali tradizioni che solo apparentemente si allontanano dalle nostre. Internazionalismo e folclorismo procedono, quindi, di pari passo in un percorso culturale che mira a farci sentire tutti cittadini del mondo. In un’ottica europea, gli usi e costumi locali non perdono valore: al contrario, acquisiscono vigore nella scoperta di similitudini e concordanze con quelli di altri paesi.

L’importanza della tradizione orale
Carmine Donzelli interviene nuovamente per presentare la «fata» di questo progetto editoriale: Bianca Lazzaro, traduttrice dell’opera, che a sua volta introduce un’altra figura femminile preziosa per i racconti di Pitrè: Agatuzza, la tata dello scrittore siciliano. Pitrè, infatti, ha raccolto le trecento storie raccontate da lei: «Quest’opera è più bella perché c’è la vita dentro. Ci sono le storie ma c’è anche chi ha raccontato. Ci sono la vita vera e un vissuto che non si perde». Infine Bianca Lazzaro afferma: «Il lavoro concernente questo testo è la restituzione di un libro che alla fine mi appartiene».
Giuseppe Pitrè è un poeta cantastorie: cosa è rimasto di chi, attraverso la parola, conserva ricordi e abitudini di altre epoche? Ancora, a fatica, si trovano cantastorie e con gioia e dedizione ne ascoltiamo le belle parole ricercate per fare sorridere e riflettere. Questo è ciò che succede quando il cantastorie Mimmo Cuticchio si diverte a raccontarci, in dialetto siciliano, le storie di Giufà. Tra un intervento e l’altro è possibile ascoltare lontani aneddoti, capaci ancora di condurci in quell’atmosfera fresca e popolare. Aiuta in ciò anche la proiezione delle illustrazioni del libro, realizzate da Fabian Negrin in maniera delicata, opacizzata e raffinata. Si percepisce un profumo di remoto, ma non di passato dimenticato.
Dopo i ringraziamenti e l’ultima storia raccontata da Mimmo Cuticchio, è arrivato il momento di lasciare la sala Zuccari e il mondo surreale, dove fantasia e realtà si combinano in armonia, e l’universo contadino diventa fiaba.

Francesca Ielpo

(www.bottegascriptamanent.it, anno VIII, n. 78, febbraio 2014)

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