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A. XIV, n.155, agosto 2020
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Dibattiti ed eventi (a cura di Natalia Bloise)

Trentenni e quarantenni alla ricerca della felicità
di Francesca Rinaldi
La «generazione Tuareg» impara a muoversi in un nuovo mondo del lavoro
dove alla fine la flessibilità diventa uno strumento per la crescita continua


Si è svolta a Roma, presso la sede di “Galassia Reti”, a Palazzo Grazioli, il 13 novembre alle ore 18:00, la presentazione del libro di Francesco Delzìo (trentatrè anni, direttore dei giovani imprenditori di Confindustria, presidente dell’Associazione laureati “Luiss” – di cui è stato anche analista economico-sociale –, consigliere d’amministrazione dell’università, già giornalista professionista in Rai, è anche fondatore e animatore di innovativi network generazionali – da VeDrò a Trenta –), edito da Rubbettino, Generazione Tuareg. Giovani, flessibili e felici (pp. 94, € 8,00).
La sede di “Galassia Reti” è davvero perfetta per ospitare la presentazione di un testo che ha come tema la situazione lavorativa dei trenta-quarantenni nella società italiana. Infatti, le società create da Claudio Velardi sono composte essenzialmente da giovani, con esperienze molto variegate, sia di studio che di lavoro. Al dibattito hanno partecipato l’autore, l’editore Florindo Rubbettino, e poi proprio alcuni di loro: Emanuele Calvario, Paolo Guarino e Maura Satta Flores; la loro età è “dichiarata”, come quella degli altri partecipanti, su uno schermo alle loro spalle. Il moderatore è lo stesso Velardi, la cui età, invece non è annunciata: è l’unico “fuori range”, ma ci pensa lui ad ovviare all’ingiustizia, autodenunciando i suoi cinquantatré anni. In platea la situazione rispecchia molto il tema del libro, da uno sguardo veloce, l’età media si attesta nella fascia venticinque-trentasette.
Anche le società di Velardi, tra cui “Galassia Reti”, sono sui generis se analizzate con gli schemi classici e ormai antiquati del mercato del lavoro; si occupano, infatti, di network, creano delle reti, delle connessioni tra persone ed enti che difficilmente comunicherebbero, altrimenti, tra di loro.
Poi Velardi cede la parola al primo intervento, fatto di precise risposte a sue precise domande: prima a Guarino, coordinatore Ricerca e Strategia “Running” e “Ops”, poi alla Satta Flores, responsabile Corporate identity reti e a Calvario, responsabile Ufficio governance reti.

I cambiamenti del mercato del lavoro
Tutti gli interventi concordano sul fatto che non solo a cambiare è il mercato del lavoro, ma soprattutto la mentalità di chi vi accede e di chi “concede” l’accesso. Non si può più ragionare con i medesimi punti di riferimento dei nostri padri, quando avere una o più lauree in tasca garantiva sicurezza di impiego. Adesso, ciò che viene richiesto non è più l’istruzione classica, che può essere concessa da un titolo di studio, ma qualcosa di diverso, appunto la flessibilità, intesa non solo in senso materiale ma come paradigma, forma di ragionamento, anche per muoversi nella società e tra le sue diverse e sempre nuove richieste.
Il moderatore passa poi la parola all’autore che spiega chi sono i Tuareg e perché paragona la sua generazione proprio a loro, al fiero popolo nomade del deserto africano che si sposta, cercando punti di riferimento nuovi volta per volta. Nel mondo del lavoro odierno, bisogna che i giovani trovino un nuovo modo di orientarsi, anzi, secondo l’autore, l’hanno trovato, ed è nell’aiutarsi tra loro e nel sapere di non avere certezze se non l’adattarsi a situazioni sempre diverse, a lavori che cambiano velocemente. Chi non ha capito ancora la situazione è la classe politica che a dispetto di tutto e tutti continua con ostinazione a perpetuare vecchi modelli di welfare. Per Delzìo, infatti, tutto è iniziato con la riforma del sistema pensionistico, attuata nel 1995 dall’allora ministro Lamberto Dini, nata per cercare di appianare un debito pubblico molto alto e sistemare i conti pubblici dell’Italia. Da allora in poi, si è venuta a creare una cesura tra gli “ultra-tutelati” over cinquanta e la generazione dei giovani tra i venti e quarant’anni che invece si sono visti “scippare” il futuro. Lo stato da allora in poi, anziché creare ammortizzatori sociali per l’entrata nel mercato del lavoro dei giovani e investire in politiche per la famiglia, ha continuato a perpetuare quest’ingiustizia di fondo che vede solo i giovani pagare per uno squilibrio nato quando ancora loro neppure esistevano.
Il dibattito a questo punto diventa molto interessante, qualcuno contesta la metafora del deserto perché è vero che i giovani sono come i nomadi, ma non nel deserto. La società odierna, è piuttosto come un territorio montuoso in cui non è facile vedere le varie antenne. È per questo che esistono i network, per creare collegamenti, agganci tra persone e associazioni o anche enti che a causa delle montagne non riescono a vedersi. Una metafora, insomma, delle diverse valli montane, i cui abitanti non si conoscono.

La “casta” e l’immobilismo sociale
L’autore fa spesso riferimenti anche all’ormai tanto vituperata “casta” politica italiana che è ben lontana, con i suoi sistemi e le sue leggi, dai Tuareg, troppo impegnata nella “trappola del consenso”. E come potrebbe essere altrimenti vista l’età media dei politici italiani? (Ben quindici ministri si collocano nella fascia d’età tra i cinquanta e i sessant’anni). Viene invitato a parlare un politico presente, si tratta del deputato Tommaso Pellegrino. Dopo aver dichiarato, anche lui, la sua età (trentacinque anni) e avendo così dimostrato la sua appartenenza alla generazione in questione, cerca di riportare l’attenzione sulle riforme possibili a cominciare da quella del sistema elettorale.
Altro problema, secondo l’autore, è l’immobilismo sociale. In Italia è difficile che qualcuno grazie al proprio lavoro riesca a cambiare classe sociale, così come è difficile che la generazione dei figli la possa migliorare rispetto a quella dei padri. Un fenomeno in parte prodotto, paradossalmente, dal Sessantotto. L’autore cita il famoso discorso di Sarkozy a chiusura della campagna elettorale per la presidenza della repubblica francese, che sollevò un acceso dibattito nei giorni successivi. L’utopia dell’egualitarismo di massa, del progressivo accantonamento del merito a favore di un ideale di formazione collettiva e indistinta, ha portato enormi danni non consentendo l’avanzamento dei “migliori” e veramente più meritevoli.
Velardi allaccia a quest’argomento le sue ultime letture, che in un modo o nell’altro sono legate proprio al tema della caduta o del rovesciamento degli ideali del Sessantotto: l’ultimo libro di Cristina Comencini, L’illusione del bene, ma anche l’ultimo lavoro di Ian Mc Ewan On Chesil Beach, nei quali i protagonisti, o sono exsessantottini in crisi o sono dei presessantottini alle prese con una morale che sta cambiando.
Ma a dimostrazione di come in Italia non solo il sistema politico, ma anche quello delle imprese, sia “gerontocratico” dalla platea viene chiamato un trentacinquenne italiano, manager di Ebay prima e adesso di Google, che spiega come in queste società (non italiane) ad avere più chance sono i giovani con un’impostazione “creativa”, e come in gran parte i manager americani siano al massimo quarantenni.
Il moderatore rimarca però un’eccezione presente: l’editore Rubbettino che all’età di trentacinque anni dirige una casa editrice di prestigio del Sud che ha saputo trovare la strada della professionalità. Quest’ultimo risponde alla domanda (che lo stesso moderatore definisce “classica”) sulle difficoltà di una casa editrice del meridione, spiegando che ci si trova di fronte ai medesimi problemi di qualsiasi altra realtà editoriale e culturale in Italia. E questa è già una risposta da «generazione Tuareg», perché seguendo le tesi dell’autore, solo uscendo da vecchi schemi (in questo caso la dicotomia Nord-Sud) e ideologie, i trenta-quarantenni riusciranno ad andare avanti, facendo prevalere e mettendo a frutto proprio la loro apertura mentale e anche le loro diverse appartenenze culturali.

Francesca Rinaldi

(www.bottegascriptamanent.it, anno I, n. 4, dicembre 2007)
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