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Anno VI, n. 55, marzo 2012
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Letteratura contemporanea (a cura di Francesco Mattia Arcuri) . Anno VI, n. 55, marzo 2012

Zoom immagine Conquistando l’Oltremondo
volteggiando nella fantasia
tra la scoperta e la crescita

di Francesca Ielpo
Il fantasy di Marta Leandra Mandelli
disegna una Milano magica e irreale


«Sogno o son desto?». Uno dei primi a porsi la domanda fu Cartesio. Di seguito, nel nostro esistere, è capitato spesso di interrogarsi sull’effettiva tangibilità di un sogno o, viceversa, sull’indefinitezza della realtà. Il risultato che ci troviamo di fronte non soddisfa o, per lo meno, non risponde ai molteplici interrogativi che vorremmo avessero un senso, per comprendere totalmente quello che accade intorno a noi e che su di noi si ripercuote.

Se poi il confine realtà-immaginazione d’un tratto si annulla, allora la metafisica non ha ragion d’essere e la realtà, con grande meraviglia, assume nuove e rare sfaccettature.

Marta Leandra Mandelli, scrittrice milanese, adopera all’interno del suo romanzo, Oltremondo. Petali di rosa e fili di ragnatela (Albatros, pp. 478, € 21,50), quest’emblematica opposizione che, d’altra parte, nel disfarsi della trama, pian piano si sgretola e tutto diventa concretamente esistente in uno spazio immaginario.

È un fantasy con richiami al nostro mondo: il connubio tra l’affascinante e l’interessante.

 

Imparare a crescere: Oltremondo

Una vita perfetta, Oltremondo e Faccia a faccia. Queste le tre parti in cui l’opera è suddivisa. Ognuna di esse delinea un mutamento contestuale per la protagonista, Siobhan, e per i suoi tre compagni d’avventura: Adrian, Ian e Rowan.

Nella prima, Siobhan, una ragazza di vent’anni, narratrice della storia raccontata, sembra vivere un’esistenza perfetta. Una presenza forte: la famiglia agiata; un’amica comprensiva: Rowan; una forte passione: il tiro con l’arco. Tutto è al suo posto. Niente sembra eccedere o mancare.

Nel leggere «ed ecco che si apre davanti a me un altro giorno, un altro giorno perfetto della mia vita perfetta. Indosso una vestaglia di seta e scendo per fare colazione, serena e spensierata come sempre», ci stupiamo della mancante vena d’angoscia o tristezza, presente generalmente in quei testi in cui si dà ampio spazio alle riflessioni intime dei personaggi che, complicati meccanismi poco gestibili perché irrazionali, portano alla luce generando inquietudine.

Invece Siobhan è felice. Ma il lettore certo non si accontenta di questa definizione e aspetta con ansia che la trama, nel suo intreccio, prenda avvio.

Il primo elemento a generare squilibrio è il ricorrente sogno della protagonista di trovarsi su un’altura o promontorio che si affaccia sul mare: «sono sulla mia altura, il mio posto e non ho bisogno di altro. Il tiepido sole mi scalda senza scottare e l’aria salata rinvigorisce il mio spirito. Niente di più semplice, ma niente di più importante. La sensazione di completezza, di interezza è così forte, così fisica...».

Il secondo elemento ad animare il caos è il susseguirsi di disastri non solo naturali (come terremoti) ma anche personali. Siobhan, Rowan, Ian (il ragazzo di Rowan) si accorgono che di fronte ad episodi violenti, nel momento di difesa, colpiscono il nemico fisicamente fino quasi ad annullarlo. Ciò causa nei protagonisti un senso di potenza e forza, tanto concreto da equipararsi a quello di un dio, a cui si accompagna un indebolimento fisico estremo.

I tre giovani si accorgono di avere poteri soprannaturali eppure, nella loro innocenza, si sentono persi e non trovano spiegazioni. A dargliele, sono Kenneth e Basil, il maggiordomo e il maestro di tiro con l’arco di Siobhan. Quest’ultimi accompagnano i tre ragazzi, più Adrian (dotato degli stessi poteri e di cui Siobhan si innamora), nell’Oltremondo.

Dal bar di Ian, alle strade di Milano (dove il romanzo è ambientato), ad un puro mondo immaginario: il quotidiano, così, è oltrepassato dalla fantasia.

Qui, Adrian, Ian, Rowan scoprono di essere gli eredi di diversi regni. Siobhan, invece, è la “Prescelta”, ovvero la custode dell’Orologio, la guardiana di tutti i mondi. Il parto da cui è venuta fuori è frutto di un’inseminazione artificiale. Così era solita spiegare quel buchetto in una delle sue pupille. Invece ora le si offre un’altra spiegazione: «Esso è la prospettiva attraverso cui vedere e sentire la Vita e la Morte, attraverso cui conoscere la vera essenza delle cose. Senza il segno non è possibile custodire l’Orologio e le dimensioni».

Si tratta di missioni fantasmagoriche a cui l’esperienza di vita di ragazzi per lo più “normali”, con origini e vicende familiari minimamente travagliate, dà un sapore umano, quasi dolce e pietoso, nel vedere e nel pensare i protagonisti in difficoltà. Forse, come sempre, lo scopo è crescere: «Il racconto della nostra storia deve procedere di pari passo con la scoperta di voi stessi. La conoscenza è vana, se non controproducente, se non si è in grado di sopportarla».

Dopo varie peripezie dal sapore avventuroso e, non di meno, introspettivo-esistenziale (nel muoversi dentro il labirinto dei legami personali, familiari e non), si arriva a considerazioni del genere: «Forse questo è il mio destino, forse vivere lontano dall’amore è il prezzo per essere il guerriero più forte di Oltremondo». La difficoltà di sperimentare nuove esperienze si scontra con l’idea di bene e amore a cui i nostri sogni infantili ci abituano. I petali delle rose che la protagonista nella sua vecchia vita perennemente trovava a casa, non li vede più.

D’altra parte in Faccia a faccia, Siobhan acquisisce risoluzione e forza, dati, forse, da uno spropositato amore per gli altri: «se non posso salvare l’universo per le persone che amo nulla di tutto questo ha senso. E poi, da qui in avanti devo proseguire da sola». Sceglie di crescere, con la consapevolezza che i fili di ragnatela che legano agli affetti più cari sono indistruttibili. Seppure a volte, così aggrovigliati e sottili, che è un’impresa venirne a capo.

Una freccia colpisce Siobhan. Il dolore fisico riporta al reale o meglio, al surreale. La ragazza sta male. In quale mondo questo succeda non è rilevante conoscerlo.

 

Uomini e animali in spazi fantastici

La maestria della scrittrice milanese sta nel saper collocare esseri umani con personalità figlie del nostro tempo, in spazi per lo più fantastici, senza alcun elemento terreno a fare da punto di raccordo. Uomini nello spazio, potremmo dire. Non solo uomini, ma anche animali. Pensanti e parlanti.

Ulteriore novità la presenza di un’eroina, così poco comune nella tradizione letteraria fantastica.

Inoltre, lo scorrere veloce della scrittura (dato dall’abilità nel non usare mai periodi contorti e nel saper avvicinare le parole giuste nel modo giusto), permette al lettore di percepire rapidamente il cambio di toni: avventuroso (una narrazione rapida e incalzante), riflessivo (una narrazione pacata e sospesa).

Un’opera, da considerarsi quindi, da più generi e forme.

 

Francesca Ielpo

 

(www.bottegascriptamanent.it, anno VI, n. 55, marzo 2012)

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