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A. XII, n. 135, dicembre 2018
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Dibattiti ed eventi (a cura di Emanuela Pugliese)

Sul piccolo schermo
Noi Credevamo: insorti
per una Repubblica
libera dalla Monarchia

di Francesca Ielpo
Intervista a Giuseppe Galzerano che, con i suoi libri, ha ispirato il film
ambientato principalmente in Cilento, con personaggi quali Antonio Galotti


Viene trasmesso, il 30 dicembre 2011, in prima serata su Raitre Noi credevamo, film che, uscito nelle sale cinematografiche nel novembre 2010, approda così ad un pubblico più vasto, riconfermando la sua validità artistica e storica.

Il suo regista Mario Martone, affermato non solo in campo cinematografico ma anche teatrale, insieme allo sceneggiatore Giancarlo De Cataldo, raccontano, prima sul grande ed ora sul piccolo schermo, alcune delle vicende risorgimentali attraverso la storia di tre ragazzi del Cilento che, nel 1828, scelgono di prendere parte alla Giovine Italia di Giuseppe Mazzini.

Tra il parco nazionale del Cilento e il vallo di Diano, sono girate alcune delle scene iniziali.

La pellicola, premiata con sette “David di Donatello 2011” e un “Nastro d’argento 2011” come “Nastro” dell’anno, è tratta dall’omonimo romanzo (edito da Mondadori per la prima volta nel 1967) di Anna Banti, una delle più meritevoli scrittrici e traduttrici nel panorama letterario italiano contemporaneo. Ma non solo. È anche frutto di altre due opere: Le Memorie di Antonio Galotti e la rivolta del Cilento del 1828 (Galzerano editore, 1998) e I Capozzoli e la rivolta del Cilento del 1828 (Galzerano editore, 2003).

Ne è l’autore, lo stesso editore: Giuseppe Galzerano che, direttore dell’omonima casa editrice, si distingue per una sua accentuata passione dal carattere storico-politico.

 

Una chiacchierata dal sapore rivoluzionario

Giuseppe Galzerano, con le sue due precedenti pubblicazioni, non solo ha ispirato Noi credevamo, ma è diventato anche uno dei protagonisti della pellicola stessa: interpreta, infatti, il rivoluzionario Antonio Galotti, del quale ha anche fornito la prima traduzione in italiano delleMemorie, opera francese del 1831. Questo, infatti, è l’anno in cui Galotti stesso, insieme ai Capozzoli, approda in Corsica sfuggendo alla repressione borbonica seguita alla rivolta del Cilento del 1828, messa in atto dai repubblicani. Quest’ultimi – com’è noto – tentarono di porre fine al potere dei Borbone, abbracciando la causa dell’unificazione della penisola, nella speranza che il paese assumesse le sembianze di una Repubblica unita, libera e indipendente.

Torniamo ora ai 187 minuti di presa visione di Noi credevamo e cerchiamo di comprendere, con un’intervista a Giuseppe Galzerano, i collegamenti che sobbalzano agli occhi e alla mente tra il film e le due opere citate, il Cilento, il Risorgimento e l’attuale situazione politico-territoriale del Meridione.

 

Quanto i suoi libri hanno dato a Noi credevamo?

Mario Martone è partito dai miei libri. Ho conosciuto la madre e conosco lui da molti anni. Come per ogni suo film, ha bisogno di un elemento biografico e nei miei libri, ha ritrovato le sue origini familiari. Parlo di Giuseppe Caterina e Antonio Giuseppe, suoi antenati per parte materna. Giuseppe Caterina collaborò con la polizia per far arrestare i Capozzoli.

Quando io facevo ricerca, chiamavo la madre per informarla degli sviluppi e, una volta morta lei, il figlio Mario Martone, mi venne a trovare. Nel 2005 inizia la collaborazione e il film esce, per vari problemi economici, solo nel 2010, in prossimità dei 150 anni dell’Unità d’Italia. Non a caso, il film comincia con l’incendio di un paese nel Cilento, di cui parlo nei miei libri: Bosco. Larepressione da parte dei Borbone fu affidata a Francesco Saverio del Carretto, che da traditore qual era (le persone che tradiscono sono quelle che poi agiscono con maggior cattiveria), in un rapporto scrisse: «L’incendio di Bosco fu maestoso».

Lo stesso decretò la soppressione di questo comune, che divenne poi frazione. In un archivio di stato si legge, da parte degli abitanti di Bosco: «Anche gli uccelli hanno i propri nidi, noi non abbiamo le nostre dimore».

Carretto fece decapitare tutti coloro che insorsero a Bosco, e per ogni testa decapitata, destinò una gabbia, posizionata poi su una colonna, lungo le vie del paese. Questo accadde fino al 1870, quando venne trovata l’ultima delle gabbie con all’interno una testa.

 

Elementi storici quasi romanzeschi…

Eh sì. Alessandrina Tambasco, donna bellissima, che si pensa fosse amante di Antonio Galotti, in occasione di una delle insurrezioni di Vallo della Lucania, preparò delle coccarde bianche, che poi distribuì. Per questo venne arrestata e rimase in prigione per dieci anni.

Invece, la madre di Davide Riccio, uno degli insorti di Bosco che furono arrestati, chiese a Carretto di poter salutare il figlio per portargli, nascondendolo, del veleno. Davanti a Davide, prendendo dal petto la pozione mortale, disse: «Da questo seno ti ho dato la vita, ora ti do la morte».

Scoperto il misfatto, Carretto decapitò, oltraggiandolo, il cadavere di Davide Riccio.

 

Nel film, nota che il contributo delle sue opere sia continuo o  vi è una particolare frattura nella storia cinematografica. Mi spiego meglio: lì dove termina la sua influenza, comincia quella del romanzo di Anna Baldi o è un mix equilibrato?

È un insieme, non vi è nessuna frattura. L’influenza dei miei due libri continua per tutto il film.

 

Mazzini e il Cilento…

Giuseppe Mazzini si preoccupa del Cilento. Si raccomanda con delle giornaliste inglesi affinché nella loro biografia geografica di rivoluzionari risorgimentali italiani scrivessero dei Capozzoli.

 

Qual è la differenza tra briganti e rivoluzionari?

Anche in occasione dei 150 anni dell’Unità d’Italia si è creata troppa confusione al riguardo.

I briganti erano contro l’Unità d’Italia. Erano al servizio del papa e, con loro, non avremmo certo avuto l’Unità. Il brigantaggio è vento di destra, molti tra di loro erano le ali più estreme dell’esercito borbonico. O, a volte, contadini disperati. Nicola Mignogna, cospiratore liberale fiorentino, scrive a Garibaldi: «Allora avevamo un despota; oggi ne abbiamo tanti quanti sono al potere. Gl’impieghi sono quasi tutti occupati da Piemontesi, o da borbonici, i quali non pensano che ad arricchire, né si curano, né s’intendono di governo; ma non vogliate attribuire ciò all’insufficienza del popolo: è la consorteria, che parteggia o per Murat, o per Borbone, e vuole mantenere il disordine. Il Borbone ci manda briganti armati, briganti civili il governo: tra gli uni e gli altri il popolo è schiacciato nel modo il più feroce del mondo».

Lo scopo dei rivoluzionari, invece, era una soluzione alla Pisacane, di cui ne è dimostrazione la spedizione di Sapri: contro la Monarchia. A favore della Repubblica.

 

Noi credevamo… Perché l’uso dell’imperfetto?

Si è cambiato semplicemente padrone.

Alla grande speranza è seguita una grande delusione. Non si combatteva per un’Unità d’Italia con una Monarchia. Lo stesso film è critico al riguardo.

 

Come sono nate la passione e l’interesse verso un particolare periodo storico del Cilento?

La storia è lunga.

A diciassette anni ho scritto il mio primo libro, un romanzo di fantascienza: I ricchi e gli oppressori non moriranno più, riguardante i trapianti di cuore. A ventidue anni ho dato vita alla casa editrice.

Da allora, ogni qual volta scrivo ho bisogno di testimoniare ciò che racconto. Se ho qualche dubbio prendo il treno e vado in qualche archivio a fare ricerca.

Così, per la storia del Cilento. Mi sono servito degli archivi di stato di Salerno e Napoli.

Per il libro su Antonio Galotti, di quelli francesi e della Corsica.

 

Quanto tempo ha impiegato nei suoi lavori di ricerca e scrittura per la stesura dei libri da cui è stato tratto il film?

Sono abbastanza veloce. Due anni.

 

Volgendo lo sguardo ai nostri anni, quali sono le ripercussioni di quei moti sulla situazione economico-sociale del Cilento e del Sud in generale?

Il Sud ha dato senza avere nulla. L’Unità avrebbe dovuto garantire un’Italia egualitaria. L’Italia si unisce per espellere una parte dei propri cittadini. Nel 1904, il sindaco di un paese nel vallo di Diano, pronuncia queste parole a Zanardelli, in visita nel Meridione: «La saluto a nome degli ottomila cittadini, di cui cinquemila sono nelle Americhe o stanno preparando le valigie».

 

Presumo che per Lei sia stata la prima esperienza sul grande schermo. Editoria e cinema a confronto: qual è il mezzo più efficace, secondo lei, per diffondere sapere?

Sì, Mario Martone ha voluto che interpretassi la parte di Antonio Galotti per una mia certa somiglianza con lui…

Beh, sono due ricostruzioni diverse: con la lettura, immaginiamo. Con il cinema le immagini ci vengono già date. C’è poi una certa correlazione: da libri nascono film.

 

Trapelano dall’intervista passione e sentimento: l’editore salernitano sente sulla pelle la propria patria e la voce dei suoi insorti. Poi, con estrema professionalità, ne trascrive e scrive.

 

Ora che la Repubblica c’è…

Carenza di finanziamenti, tradimenti, sconfitte.

Eppure, se: «le vostre speranze fossero state deluse non sette volte, ma settanta volte sette, non rinnegate la vostra speranza». O, sentiamo pronunciare ancora nel film: «Quando mi avvalgo del verbo credere, esprimo una speranza».

Sana convinzione politica, chiarezza d’idee ed efficienza nelle azioni: questo, lo spirito dei rivoluzionari. Questo, ciò che manca al nostro paese ora.

Nel 1861, i repubblicani sono delusi. Ma credevano. Quindi, speravano. A distanza di 150 anni e volgendo tempi verbali al presente, noi, cittadini di una Repubblica, in cosa crediamo?

Riflettiamo sulla possibile risposta quando l’opera cinematografica termina e lascia, in sottofondo, il canto popolare Camicia Rossa: una trasposizione musico-temporale che ci riporta, con l’amaro in bocca, ai nostri anni. Anni in cui chi è di sinistra rischia di confondersi con la destra.

Poi, leggi Galzerano, guardi Martone e trai un respiro di sollievo. E di speranza.

 

Francesca Ielpo

(www.bottegascriptamanent.it, anno VI, n. 53, gennaio 2012)

Collaboratori di redazione:
Teresa Elia, Ilenia Marrapodi, Maria Chiara Paone
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