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A. XIV, n. 153, giugno 2020
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Dibattiti ed eventi (a cura di Emanuela Pugliese)

Toghe rosse sangue:
la recitazione al servizio
dell’attualità per vincere
l’oblio e le ingiustizie

di Francesca Ielpo
“Les Enfants Terribles” ha messo in scena l’opera di Paride Leporace,
raccontando dal 6 al 18 dicembre 2011, a Roma, la storia di 6 magistrati


La sede dell’Associazione “La Casa delle Culture”, a Roma, dal 6 al 18 dicembre 2011, ha visto lo svolgersi dello spettacolo teatrale Toghe rosso sangue. La pièce teatrale, ispirata all’omonimo libro del giornalista Paride Leporace, di cui la Bottega editoriale si è già interessata scrivendone una recensione (http://www.bottegascriptamanent.it/?modulo=Articolo&id=522&idedizione=26) e un articolo riguardante la presentazione dell’opera avvenuta lo scorso febbraio (http://www.bottegascriptamanent.it/?modulo=Articolo&id=1062&ricerca=), è stata scritta da Giacomo Carbone e messa in scena dalla Cooperativa Onlus “Les Enfants Terribles”.

La compagnia, composta da Sebastiano Gavasso, Francesco Marino, Diego Migeni ed Emanuela Valiante, è volta alla formazione e alla ricerca continua di nuovi linguaggi, nuove storie da raccontare. Purché siano attuali e necessari all’individuo di oggi.

Un trinomio (Leporace e Carbone, uno artefice del libro, l’altro del testo teatrale; Marino, uno degli attori), di origine calabrese che da una limitata e così difficile realtà sociopolitica, estende i propri interessi verso il panorama nazionale per raccontare, ognuno a modo a suo, la vita e la morte dei 27 magistrati che, nell’arco di 25 anni, dal 1969 al 1994, sono stati uccisi o scomparsi, per mano della criminalità organizzata, attraverso le sue varie forme.

L’arte viene connessa all’attualità.

Il risultato finale è il sentirsi sulla pelle l’esistenza, poi negata, di chi ha cercato di recuperare quelle briciole di civiltà, che l’Italia, affogata nell’illegalità, costantemente, si lascia alle spalle.

 

Un palcoscenico per 4 attori e 6 giudici

La Bottega editoriale non poteva non essere presente al recital, tutto votato all’interesse e all’impegno nello scovare e ribaltare verità sconosciute, o dimenticate.

Lo spettacolo a cui assistiamo è quello dell’ultima data del tour romano.

Dei 27 magistrati protagonisti del testo di Leporace, ne vengono portati sulla scena solo 6. Non per una scelta casuale, ma per decisione ben ponderata: il primo e l’ultimo dei protagonisti del libro Toghe rosso sangue. La vita e la morte dei magistrati italiani assassinati nel nome della giustizia (Newton&Compton, pp. 320, € 12,90), assieme ad altri 4 personaggi, anch’essi vittime innocenti delle diverse tipologie di criminalità organizzata: Prima Linea, Nar, Brigate Rosse, ’ndrangheta e mafia.

La scena è scarna. Nessun oggetto è in vista, se non 4 sedie.

Il colore prevalente è il nero, a richiamare la tinta dell’oblio. Lo stesso da cui si cerca di riemergere, raccontando e recitando.

Sul palco, i 4 attori non interpretano mai i magistrati stessi, bensì comuni personaggi esterni alle vicissitudini o, talvolta, i loro antagonisti. Potrebbe essere, questo, un richiamo alla realtà non indifferente. Come dire: si finge, ma non troppo.

La capacità di interpellarsi, di esprimersi è venuta meno con la morte. Eppure, si parla ancora delle loro battaglie. Perciò, la speranza combatte contro le tenebre.

La prima storia ad essere interpretata è quella di Agostino Pianta. A parlare è il detenuto, vittima di un errore giudiziario che, nel 1969, lo uccide.

Segue uno stacco musicale, come accade anche per le scene seguenti per delineare la fine e l’inizio di una storia, che infonde nel pubblico l’idea di umanità ed individualità di ogni giudice assassinato.

È un richiamo all’intimità, all’essere propriamente umani. E rabbrividiamo di fronte all’ingiusta negazione di ciò.

Si uccide un uomo di legge, ma soprattutto un uomo, con una famiglia, con una vita privata che riveste non meno importanza del proprio lavoro. Qual è allora la differenza di questi individui, rispetto al resto dell’umanità? Sentiamo pronunciare dagli attori, la risposta: «I giudici non devono farsi gli affari loro». Per questo, in Italia, rischiano.

Segue la vicenda di Emilio Alessandrini, giustiziato da Prima Linea. Siamo nel 1979: gli attori si improvvisano per alcuni «attimi di leggerezza», a ballare, urlando quasi, le ragioni che li spingevano alla pura spensieratezza e al generale disinteresse: «Loro erano morti e noi eravamo vivi e continuavamo ad esserlo». Comunista o fascista, lo si era solo per moda. Ma sono solo «attimi di leggerezza» verso i drammatici Anni di piombo.

Ne è una delle vittime Mario Amato. Gli artefici, nel 1980, sono parte dei Nar, come il personaggio che prende la parola sul palco e che evoca disperazione, ma non senso di colpevolezza. Il suo discorso è lento, cadenzato. Bisogna riflettere, lasciarsi tempo per tornare indietro e trarre delle conclusioni. Ne sovviene la consapevolezza di aver fatto parte di un gruppo militante senza precise ragioni politiche, con «pochi, sporchi e cattivi» fascisti che «sparavano nel mucchio per sentirsi importanti», ma comunque contro potere e borghesia, quasi ad avvicinarsi ai gruppi estremisti della posizione politica opposta. D’altra parte, convenendo con il resto dei partecipanti al recital, dice: «Bologna è un’altra storia, dove non c’è una sola verità».

Bruno Caccia, invece, è un magistrato che ha pagato con la vita, nel 1983, la sua contestazione alla ’ndrangheta. Sul palcoscenico i recitanti discorrono della vittima di un paese «sabbia e vento», in cui «si tira a campare». E si muore per questo. La Calabria, come la Colombia: tante risorse da cui le ricchezze che ne provengono, sono concentrate nelle mani di pochi. Nelle mani dei boss della ’ndragheta. Eppure si continua a tirare a campare, non si pensa a possibili e concrete soluzioni per una problematica dal carattere gravemente illegale, le cui radici sono al Sud, ma i cui effetti sono certamente esportati anche al Nord.

La Sicilia e l’assassinio di Paolo Borsellino, nel 1992, sono raccontati da una postina, interpretata da Emanuela Valiante. Attaccamento alla tradizione e al “clan” familiare, sono rimarcati dal continuo ripetere: «Mia madre dice che…» o, il continuo far riferimento alle impressioni dello zio Guglielmo. Un siciliano che ama la mafia come semplice peculiarità del proprio territorio, della propria vita. Da ciò, l’incomprensione verso chi, come Paolo Borsellino o Giovanni Falcone, lottava contro il sistema criminale in cui i Siciliani erano, e sono, coinvolti. Tutti li odiavano ma, in silenzio, tutti li pregavano, sperando che dalle azioni di questi uomini, che ben sapevano di «portare la morte in mano», scaturisse un risveglio generale. La postina sembra essere rassegnata, triste, eppure spera in un riscatto: «Dice mia mamma che se il vento grida, la verità deve essere vendicata».

D’improvviso la luce cambia, da nera diventa verde. Si crea un’atmosfera surreale, indefinita, frutto della messa in scena di una vicenda altrettanto vaga e irrisolta: la scomparsa, nel 1994, di Paolo Adinolfi, giudice specializzato nelle indagini riguardanti fallimenti importanti e questioni che, probabilmente, giravano intorno alla Banda della Magliana.

«Mi chiamo Paolo Adinolfi. La storia che avete ascoltato inizia con Pianta, giudice ucciso per caso, e finisce con me».

 

L’appendice dello spettacolo

Dieci minuti di sonori applausi, tutti per la bravura dimostrata da “Les Enfants Terribles” e, perché no, destati dalla voglia di svegliare animi assopiti di fronte alle audaci e, or ora drammaturgiche, gesta dei 6 magistrati.

Dei 4 attori, prende la parola Francesco Marino, riconoscendo il valido lavoro di Paride Leporace, Giacomo Carbone e tutti coloro che hanno lavorato dietro le quinte.

Definendola: «Un’appendice al testo teatrale», l’interprete comincia con il leggere alcuni dei ringraziamenti scaturiti, dopo la visione di Toghe rosso sangue, da parte degli affetti più cari delle sei vittime che, nei giorni precedenti, si trovavano tra il pubblico. Ne citiamo alcuni: Marco Alessandrini, Sergio Amato, Rita Borsellino, Simone Dalla Chiesa, Lorenzo Adinolfi.

Come non essere riconoscenti, infatti, nei confronti dei fautori di uno spettacolo teatrale che si oppone radicalmente ad uno stato che dimentica? La domanda è evidentemente retorica, come la maggior parte di ciò che porta a riflettere su questa parte della storia italiana.

Sta per chiudersi il sipario. Sulla scena, ancora una sedia con una toga nera appoggiata. Rossa: per il sangue delle parole appena recitate. Così esposta, così sola: come i magistrati che la indossavano.

 

Francesca Ielpo

(www.bottegascriptamanent.it, anno VI, n. 53, gennaio 2012)

Collaboratori di redazione:
Letizia Lamorea, Ilenia Marrapodi, Rosita Mazzei, Maria Chiara Paone
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