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Anno II, n° 5 - Gennaio 2008
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Home Page (a cura di Tiziana Selvaggi) . Anno II, n° 5 - Gennaio 2008

Zoom immagine Un’analisi accurata
sulla reale vicenda
dell’unione d’Italia

di Ennio Masneri
Il Risorgimento esaminato, privo di miti
e revisionismi: viaggio in un’età critica
per l’Italia, in un saggio di Città del Sole


Se il Rinascimento italiano è considerato, a tutti gli effetti, un periodo più culturale (Leonardo, Michelangelo, ecc.) che storico, il Risorgimento italiano è più di un periodo storico. È, infatti, una delle pagine più importanti e gloriose della nostra storia che ha visto nascere uomini politici come Cavour, Mazzini, generali come Garibaldi, e altri ancora come Cattaneo, Manin, Pellico, e numerosi patrioti italiani, che parteciparono, chi con la politica e chi con la vita, alla riunificazione dell’Italia. Non bisogna, però, dimenticare che, proprio a causa della politica e delle trame di quelli che lavorarono dietro le quinte (come, soprattutto,dan un saggio edito da Città del Sole il primo ministro piemontese Camillo Benso, conte di Cavour), esso fu considerato, al di là di una storiografia di parte, anche il periodo più confuso e con numerosi quesiti.

Il territorio della nostra nazione, dopo il crollo dell’Impero romano che, in un certo qual modo, lo univa in un unico stato, si frantumò in vari feudi nel Medioevo per poi passare nei secoli agli stati sovrani (il Regno di Napoli, lo Stato pontificio, ecc.) e diventare, alla fine, dopo la Rivoluzione francese, i moti siciliani del ’48, la spedizione dei Mille e le guerre d’Indipendenza, la nazione unificata che conosciamo oggi. A prezzo di numerosi sacrifici, sia in termini di vittime che di territori.

 

Un repulisti generale delle fonti

Pasquale Amato, con il suo piccolo saggio Il Risorgimento oltre i miti e i revisionismi, con tanto di sottotitolo Da Napoleone a Porta Pia (1796/1870), contribuisce alla vasta bibliografia di questo periodo con una ricerca che va appunto oltre i miti e i revisionismi di parte, per chiarire le basi e i motivi da cui nacquero le insurrezioni, le contraddizioni, gli errori, le trame, politiche e no, ma anche le vittorie e i numerosi morti che contraddistinsero tutto o una buona parte dell’Ottocento.

Questo saggio, pubblicato nella collana I tempi della storia presso la casa editrice Città del Sole (pp. 192, 10,00), ha il preciso compito di analizzare e chiarire alcuni punti di questo movimento creato per l’indipendenza dell’Italia e della sua unità nazionale. Amato – docente di Storia dei movimenti e partiti politici e di Storia contemporanea nella Facoltà di Scienze politiche dell’Università di Messina e autore anche di un’interessante Premessa – si è posto la non facile missione di ripulire la storia da ogni revisionismo di sorta.

Infatti, nelle sue Considerazioni Conclusive, afferma senza mezzi termini che ha «cercato di liberare la ricostruzione di quegli eventi storici dall’esasperazione dei toni e dalle contrapposizioni». Egli si riferisce «alle ricostruzioni auliche che hanno nascosto tra le nebbie della retorica filo-sabauda difetti, limiti e tortuosità del processo risorgimentale […], al dilagare di scritti e documenti revisionisti che, partendo dal giusto intento di rivalutare gli aspetti positivi dei vecchi Stati, sta rischiando di esaltarli oltre ogni misura».

Con uno stile che rasenta il pragmatismo per non confondere il lettore con spiegazioni magniloquenti, con un realismo non artificioso, senza cedere alla tentazione di nascondere gli errori imbarazzanti di quel tempo e quindi con il desiderio di consegnare la verità alla nostra storia, Pasquale Amato cerca di ricostruire questo non facile periodo.

Partendo dalle novità culturali e sociali che furono le conseguenze inarrestabili della Rivoluzione francese del 1789, analizza in quattro capitoli la storia in questione attraverso i suoi personaggi principali come (in ordine di apparizione) Mazzini, Cavour, Garibaldi, senza per questo dimenticare e anzi denunciare la cosiddetta “malaunità” che fu una conseguenza non felice della politica, in alcuni casi sbagliata, del conte piemontese (che tra l’altro era in contrasto con Mazzini).

Senza nascondere qualche punta di sano pessimismo dell’uomo del Sud, lo scrittore mette in luce anche gli errori che ci furono quando il Regno di Sardegna annetté, dopo la fondamentale spedizione dei Mille, i territori del Meridione fino alla Toscana, i rancori e i pregiudizi tra il Nord e il Sud, prima sopiti poi esplosi dopo l’annessione, dovuti soprattutto a una diversità di mentalità e addirittura di lingua (i soldati, gli ufficiali e gli impiegati piemontesi che s’insediarono nel Mezzogiorno parlavano la loro lingua d’origine – la lingua ufficiale a Torino era il francese – mentre i contadini, analfabeti, delusi dal passaggio di consegne a Teano e considerati alla stregua di popoli africani, si esprimevano diversamente), cosa che fece nascere un odio viscerale verso lo “straniero” italiano, cioè uguale per territorio ma diverso per estrazione culturale (la solita lotta tra il Nord ricco e il Sud povero).

Con una ricca bibliografia ben curata da Italia Cannataro, nulla va buttato alle ortiche dell’oblio. Anche aneddoti curiosi trovano il loro spazio, come pure l’amicizia tra il re Vittorio Emanuele II (che aveva in antipatia proprio il suo primo ministro Cavour) e Garibaldi che non aveva nulla della stoffa di generale uscito dalla scuola militare, ma che sapeva imporre il proprio carisma ai suoi soldati combattendo al loro fianco e incoraggiandoli, senza impartire ordini dalla cima di una collina come gli altri ufficiali (di provenienza nobile) che, inutile dirlo, lo ebbero subito in odio.

Sono state raccolte anche denunce di smantellamenti di fabbriche nel Meridione (l’apparato industriale che dava lavoro a molti: orgoglio e vanto del rimpianto regno borbonico) e del loro trasferimento verso il Settentrione. Incautamente, i piemontesi privarono il Sud di una sua industria fiorente e tale spoglio fu, molto probabilmente, con altre ingiustificate azioni, una delle cause principali dell’impoverimento del Mezzogiorno. Ovviamente, tali denunce non furono mai accolte né riportate nei libri scolastici di storia perché imbarazzanti…

È, insomma, una storia basata non sul patriottismo (questo, comunque, praticato da Mazzini e Garibaldi) ma sul desiderio di potere da parte di Cavour e di gloria da parte del re Vittorio Emanuele II, e sull’intricata “malaunità” che ne conseguì. La constatazione amara di Amato è che l’unità d’Italia fu, alla fine, il risultato dello scontro dell’ideologia patriottica di una parte (la “semina” di Mazzini e di Garibaldi) e dell’opportunismo cinico dell’altra (il “raccolto” di Cavour e di Vittorio Emanuele II).

 

L’inizio della decadenza della nobiltà

Nella vecchia Europa, da una parte c’era una nobiltà che non voleva perdere i suoi privilegi sugli stati (considerati addirittura come regali o prodotti da vendere) e sui sudditi (giudicati soltanto come carne da cannone e da spremere con numerosi balzelli anche ridicoli) che vedeva prima nella Rivoluzione francese e poi in un piccolo generale corso un freno alle loro esigenze e dall’altra c’erano gli uomini semplici che, dopo secoli di delusioni, volevano vivere in una nazione non comandata da un re ma da un parlamento votato democraticamente e con diritti e doveri uguali per tutti.

I nobili dovettero in pratica arrendersi davanti al sempre più veloce corso degli eventi e salutare i loro desideri e le loro speranze in un ritorno all’antico regime feudale (Congresso di Vienna), perché non potevano fermare le nuove mode del pensiero suscitate da secoli di privazioni né potevano modificare i nuovi equilibri socio-economici ormai stabili. Infatti, precisa Amato: «i congressisti di Vienna non si resero conto che il mondo non si può più fermare e che la storia non può avere intervalli. A volte ci si illude di poter impunemente cancellare il cammino della storia. E ci si dimentica o si finge di dimenticare. La storia penetra nelle anime e nelle menti con le sue sementi. La storia mette radici e crea memorie collettive. Un grande evento storico che rompe un intero sistema economico, sociale e politico consolidato per secoli […] non è un leggero soffio di vento che passa senza lasciare traccia». Quindi, «i due cardini del Congresso di Vienna – il leggittimismo monarchico e il ritorno all’antico regime fondato sugli Stati che erano proprietà esclusiva delle dinastie regnanti – furono sempre più osteggiati e condannati a fare i conti con la storia».

In breve, durante l’800, ci furono monarchie costituzionali, un Regno d’Italia che era in realtà un Regno di Sardegna allargato, contadini sempre più poveri a causa del latifondismo esasperato del Sud, ecc.

 

Il risultato del caos

Solo dopo la Seconda guerra mondiale, malgrado persistano ancora le nostre divisioni dialettali, culturali, territoriali, l’italiano ha potuto alla fine conoscere e vivere l’unità della sua nazione. Ma ci vollero anche operazioni dietro le quinte, desideri diversi, conquiste a prezzo di enormi sacrifici solo per esaudire il desiderio di un solo pretendente a un determinato regno, pregiudizi di ogni sorta (gli abitanti del Sud erano considerati selvaggi, non dimentichiamolo…), omicidi, corruzioni, sofferenze e tanto altro ancora, perché si arrivasse a tale risultato.

Perché l’autore ha voluto inserire in una delle pagine più importanti della storia d’Italia, oltre agli eventi che tutti conosciamo, anche le meno note rivoluzioni di Reggio, Gerace e Messina del 1847, un anno prima dei famosi moti del ’48? Perché, come afferma egli stesso, «spesso la storia – sospinta da pregiudizi culturali, politici, sociali o dalla volontà di esaltare soltanto i protagonisti principali o di favorire i vincitori – trascura, emargina o fa scomparire dalle ricostruzioni ufficiali alcuni eventi. Per fortuna» aggiunge ancora «la stessa storia trova sempre chi riapre i casi emarginati o cancellati. Per una convergenza di ragioni questa vicenda [i moti di Reggio, Gerace e Messina, Ndr] è stata ignorata dalla “grande storia” e relegata alla storia e memorialistica locale. Essa viene ora recuperata dentro la “grande storia”».

 

Il confronto di mentalità diverse

Quando leggiamo il libro, alla fine, ci accorgiamo però di una cosa. Noi viviamo nel nuovo millennio, un millennio ormai saturo di quell’uguaglianza, libertà e fraternità che, in quei tempi, anche se ne vaneggiavano in nome dell’illuminismo, non erano ancora diffuse in maniera totale in tutta l’Europa. Quindi, non possiamo avere di certo la mentalità giusta per giudicare coloro che, nel bene come nel male, operavano in modo naturale seguendo la mentalità di quel periodo, ai nostri occhi moderni, confuso.

Per finire, Pasquale Amato conclude, a ragione, che «ogni popolo, con i suoi pregi e i suoi difetti, è il risultato della sua storia. E la storia italiana è stata caratterizzata dalla tendenza a separarsi tra localismi esasperati ma inevitabili; dalla vocazione all’individualismo; dalla propensione a frammentarsi in gruppi e sottogruppi. Anche il Risorgimento non si è potuto esimere da queste caratteristiche».

Ciò non toglie, comunque, valore al coraggio di coloro che, desiderando una nazione di cittadini uguali e non sudditi di stati intesi come proprietà private di regnanti, malgrado tutto, morirono e sventolarono, per la prima volta a Reggio Emilia, una bandiera tricolore che si ispirava a quella della Rivoluzione francese e che rappresentava i colori di un popolo unito senza i consueti simboli reali.

La nazione d’Italia fu all’inizio «un’idea e un impegno di pochi» che, grazie soprattutto ad una nuova e dilagante coscienza della storia, del territorio, delle tradizioni e degli usi, e della vasta cultura, si allargarono sempre di più a macchia d’olio fino alla riunificazione completa ed attuale.

 

Ennio Masneri

 

(www.bottegascriptamanent.it, anno II, n. 5, gennaio 2008)

Redazione:
Mariangela Monaco
Collaboratori di redazione:
Alessandro Crupi, Valentina Pagano, Giusy Patera, Roberta Santoro, Andrea Vulpitta
Curatori di rubrica:
Monica Baldini, Rita Felerico, Daniela Graziotti, Luisa Grieco e Mariangela Rotili, Mariangela Monaco, Valentina Pagano, Giusy Patera
Autori:
Monica Baldini, Martina Chessari, Alessandro Crupi, Felicina Di Bella, Rita Felerico, Clementina Gatto, Daniela Graziotti, Luigi Innocente, Luisa Grieco e Mariangela Rotili, Ennio Masneri, Mariangela Monaco, Alessandra Morelli, Valentina Pagano, Giusy Patera, Luciano Petullà, Roberta Santoro, Alessandro Tacconi, Silvia Tropea, Andrea Vulpitta
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