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A. XIV, n. 151, aprile 2020
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Dibattiti ed eventi (a cura di Giulia De Concilio)

Montecitorio: conclusisi
gli incontri culturali.
Cinque gli autori ospitati
sul tema dell’Unità d’Italia

di Maria Grazia Franzè
Il divario politico, sociale ed economico dell’Italia, a partire dai saggi
(pubblicati dalla Rubbettino) che hanno ripercorso la storia del paese


La conclusione dell’evento che anche questa volta, per il terzo anno consecutivo, si è tenuto a Palazzo Montecitorio, per promuovere le giornate del libro politico, ha visto studiosi e scrittori che nel corso delle loro ricerche si sono impegnati nella stesura di libri editi dalla casa editrice Rubbettino. In un unico incontro dal titolo: “Fratture d’Italia. Storia e attualità dei rapporti fra centri e periferia”, avvenuto presso la sala “Aldo Moro” di Palazzo Montecitorio, si è svolta la tavola rotonda guidata da Piercamillo Falasca che dopo una brevissima presentazione ha dato la parola a ciascun autore che, in base ai propri studi e conoscenze, ha ripercorso gli anni che hanno portato all’unificazione nazionale.

 

Scrittori e studiosi a confronto

I saggisti che hanno partecipato sono intervenuti in poco tempo presentando i loro volumi ed esponendo le loro idee circa il processo che ha visto l’unificazione d’Italia. Tra i presenti: Vittorio Daniele, coautore con Paolo Malanima del libro Il divario Nord-Sud in Italia. 1861-2011 (Rubbettino, pp. 260, € 15,00); Guido Pescosolido, curatore di Cento anni di attività dell’Associazione Nazionale per gli Interessi del Mezzogiorno d’Italia e la questione meridionale oggi (Rubbettino, pp. 410, € 18,00); Massimo Teodori, autore di Risorgimento laico. Gli inganni clericali sull’unità d’Italia (Rubbettino, pp. 176, € 13,00); Roberto Vivarelli, autore di Liberalismo, protezionismo, fascismo. Un giudizio di Luigi Einaudi (Rubbettino, pp. 168, € 12,00).

 

Cause e conseguenze nel processo di unificazione

Se è vero che da un’unione si può giungere ad una frattura, sarà anche vero il contrario. I ventitré dibattiti tenutisi a Montecitorio si sono conclusi con l’ultimo incontro che ha visto come tema centrale quello dell’unificazione italiana come conseguenza di una frattura sociale ed economica. Nella discussione, sono state individuate quattro tipologie diverse di fratture che hanno portato l’Italia all’unificazione: quella territoriale, generazionale, di genere e frattura fra laici e cattolici. La sala, interamente occupata da lettori e studiosi, ha ascoltato l’intervento del primo scrittore, Teodori, che con il suo “pamphlet” ha ripercorso il processo di formazione del paese attraverso uno sguardo laico, atteggiamento quest’ultimo troppo spesso sottovalutato durante le manifestazioni del centocinquantesimo anno dell’unificazione. Lo studioso, infatti, si è premurato di dire, sin da subito, come le leggi laiciste hanno potuto permettere e agevolare la formazione dell’impalcatura dell’Italia e della destra storica cavouriana. Infine, a conclusione del suo intervento, Teodori ha affermato: «la società italiana è molto secolarizzata ma politicamente non c’è alcuna rappresentanza». Se il libro di Teodori ha ripercorso gli anni dell’unificazione, analizzandone gli aspetti ideologici, lo scrittore Daniele, assieme a Falasca, si sono concentrati sull’aspetto economico: Daniele ha introdotto il discorso dicendo: «il divario tra le regioni del Nord e del Sud, nel 1861 era molto alto. Io e Paolo abbiamo lasciato parlare le cifre. Le aspettative di vita nel Mezzogiorno erano basse. Forse per ragioni climatiche ma, in tutto questo il Nord non era più sviluppato del Sud: vi era un’uguaglianza di povertà».

Un paese, dunque, ugualmente povero che ha visto l’unificazione politica ma non quella economica lasciando aperto un divario ancora spalancato.

Proseguendo nel tempo del dibattito e volgendo al termine dell’incontro, la parola è stata data a Pescosolido che, nel suo volume, ha avanzato una critica alle politiche e al futuro parlando di due fallimenti: il primo di carattere locale, avvenuto nella seconda metà del Novecento, della classe dirigente meridionale; il secondo, l’assenza di una politica dello stato centrale incapace di gestire la questione meridionale favoreggiando l’assenza di uno sviluppo propulsivo.

 

Quando si può parlare di frattura?

Infine, come ultimo intervento e del tutto diverso rispetto agli altri è stato quello di Vivarelli il quale ha deciso, prima ancora di parlare del suo studio, di soffermarsi sull’etimologia stessa della parola “frattura” asserendo: «io non credo che sia esatto parlare di fratture perché prima del 1861 non c’era nulla di solido. Il problema era unificare qualcosa di istituzionalmente formato e, la necessità di aggregazione era aggregare gli ostili e i politici all’interno dello stato». Lo scrittore, continuando nel suo intervento, ha ribadito più volte l’importanza della diversità dei cittadini italiani spostando l’attenzione non sul fattore di disgregazione, bensì di integrazione soprattutto delle campagne e dei suoi abitanti nelle città e luoghi maggiormente urbanizzati perché, si sa, una comunità di cittadini implica diversità. Infine, secondo lo storico, lo stato dovrebbe responsabilizzare i cittadini attraverso un piano morale in grado di garantire la vera Unità d’Italia.

 

Maria Grazia Franzè

(www.bottegascriptamanent.it, anno V, n. 52, dicembre 2011)

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