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A. XIV, n.155, agosto 2020
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Dibattiti ed eventi (a cura di Giulia De Concilio)

L’arte dell’apparizione:
donne come oggetti
senz’anima, votate
al “culto” del corpo

di Francesca Ielpo
La presentazione del libro Occhi di maschio… e il riscatto del ruolo
del genere femminile dalla nascita della televisione ai nostri giorni


Arrivi in via del Tritone a Roma e non avresti mai pensato che lì, in una delle raffinate sale del palazzo sede dell’Università “eCampus”, un gruppo di giornalisti e scrittori avrebbe discusso dell’immagine femminile così come percepita in televisione, in occasione della presentazione di un libro.

Siamo nel luogo in cui qualunque cosa sembra essere perfetta e mastodontica: siamo nei pressi della fontana di Trevi. Quale migliore esempio di perfezione artistica. Ma, a proposito di apparizione/esposizione di donne in tv, si parla di arte o di semplice e banale presenza/apparizione?

Questo e altro nella presentazione del libro Occhi di maschio. Le donne e la televisione in Italia. Una storia dal 1954 ad oggi (Donzelli editore, pp. 230, € 18,50) di Daniela Brancati, giornalista, imprenditrice e dirigente d’azienda nel settore della comunicazione (nel 1991 è stata la prima donna in Italia ad essere direttore di un telegiornale nazionale: Videomusic).

La copertina dell’opera in questione la dice lunga: si scorgono le gambe e i mezzi busti, ma non le teste, di due donne.

 

Donne alla ribalta: solo fino una certa età

Prima di addentrarci nel pieno della presentazione, è doverosa l’introduzione di Fiorella D’Angeli, rettore vicario e preside della Facoltà di Giurisprudenza dell’Università “eCampus”.

Non si trattiene dall’elogiare l’università telematica, qual è “eCampus”: una nuova metodologia didattica, che permette a lavoratori e professionisti di continuare gli studi e specializzarsi ulteriormente.

Dopo i saluti introduttivi, Paola Martini, presidente dell’Associazione “Comunicare@”, dà avvio alla sua missione di coordinazione, leggendo alcuni passi tratti da Occhi di maschio… Quale scelta migliore? Nessuna discussione su di un testo scritto è valida se le parole impresse al suo interno sono sconosciute ai più.

Certamente l’opera è stata letta da Paolo Conti, giornalista del Corriere della Sera. Unico rappresentante del genere maschile tra gli ospiti, conferma quanto l’immersione dell’autrice nei panni maschili di fronte all’immagine della donna televisiva, sia stata meritevole. Non si tratta dell’ennesima “biografia” della Rai, bensì è la storia della Rai raccontata attraverso l’emancipazione e/o emarginazione delle donne (tutto ciò osservato da un’ottica maschile).

Nel momento in cui noi donne ci siamo fatte largo e abbiamo raggiunto anche ragguardevoli vertici di potere, un ambiguo timore è nato negli uomini. Forse da qui, la nascita di donne-oggetto, o meglio, di donne-bambole il cui cervello, seppur organo per forza di cose presente, non è funzionante, o per lo meno, si finge che non lo sia. Come se l’uomo avesse voluto limitare l’influenza massmediatica positiva e d’emancipazione della donna: banalizzandola, per così dire.

Eppure, anche noi altre abbiamo le nostre colpe: in un preciso capitolo del libro, ci troviamo davanti affermazioni del tutto controcorrenti rispetto al ruolo protettivo e rassicurante che la donna riveste nelle famiglie. Infatti i reality sono stati più che approvati dal genere femminile, e giornaliste come Daria Bignardi, ne hanno trovato questa definizione: «I nuovi agorà della televisione italiana». Un concetto populista, che non prevede sfumature positive, soprattutto per se stesse.

Libere sì, ma più che di esprimersi, di mostrarsi. La donna-oggetto ritorna ancora.

Segue l’intervento di Mariapia Garavaglia, senatrice e parte della Commissione d’Istruzione pubblica e Beni culturali e della Commissione per la Tutela e promozione dei diritti umani.

Esordisce con una domanda: «In sessanta anni, un solo strumento cosa ha cambiato per le donne in un sistema democratico?».

All’inizio gli effetti di questo fantomatico elettrodomestico erano tutt’altro che negativi: le donne casalinghe ne traevano un mezzo di acculturazione. Tant’è che negli anni Settanta, nei fervori del femminismo, i televisori non sono stati bruciati.

Il denudarsi delle Kessler era quasi un’arte, o meglio, una conquista. Il denudarsi al modo delle show girls, che sembrano non avere diritto di parola, è ridurre il proprio corpo ad un oggetto, il cui valore si affievolisce con il passare degli anni.

Non è un caso se sono in numero limitato le donne registe, o se c’erano, sono state cancellate dalla storia: questa l’amara considerazione di Elisabetta Bruscolini, direttore generale della Csc Production – Fondazione centro sperimentale di cinematografia.

Non solo le donne al potere o intellettualmente e visibilmente produttive sono poche ma, tra di esse, ribadisce Bruscolini, con ferma convinzione e con spirito battagliero, non c’è desiderio di alleanza. Si analizza il ruolo della donna abbondantemente e nulla si fa per mutarlo.

Si dovrebbe creare una lobby: votarle a prescindere, purché esse siano consapevoli e meritevoli (naturalmente!).

 Prosegue la discussione sulla stessa scia e con lo stesso fervore, Simona Sala, giornalista del Tg1, fautrice dell’Associazione “Giulia” e sostenitrice di movimenti quali “Se non ora quando?”.

L’orrore, il disgusto, la nausea (per dirla alla Sartre), non può non nascere quando parla di programmi televisivi quali Drive in, o di servizi giornalistici incentrati su ragazze russe che corrono sui tacchi a spillo e il cui cronista commenta con tali parole: «Con queste donne non c’è bisogno di cervello».

Il problema è: le donne in tv non si ribellano. Perciò, in una posizione controcorrente e difensiva, “Giulia” nasce in questo momento di forte attacco alla dignità della donna, nel momento in cui fa più notizia non la notizia in sé, ma la scollatura.

Chiaro è che da una rivoluzione si è passati all’involuzione. Se la televisione è lo specchio della realtà, il genere femminile ha prima conquistato e poi perso le sue conquiste strada facendo.

Queste le verità così realistiche e difficili da ammettere, propugnate da Rita Mattei, giornalista del Tg2 e presidente dell’Associazione “Stampa Romana”, la quale considera il libro di Daniela Brancati come: «Il libro degli invisibili», di coloro non apprezzate per il semplice merito. Le donne possono lavorare nel piccolo e grande schermo ma, passata la giovinezza, il loro aspetto si deteriora e per una strana conseguenza e per un’ingiusta logica, il lavoro termina.

Considerazione sarcastica da parte della Mattei che merita di essere riportata: «Se qualcuno consultasse gli archivi della Rai, penserebbe che c’è un grosso tasso di mortalità delle donne: dopo che appari da giovane, sparisci».

Dal 1980, anche a causa di una forte manipolazione da parte della politica, la storia che poteva essere non è stata.

La donna-oggetto ritorna ancora. L’esempio più eclatante è Eluana Englaro: donna in stato vegetativo in grado di concepire. Gli ascolti vincono sulla dignità: questa la meccanica.

 

Uno sguardo maschile al femminile

Infine, si lascia la parola all’autrice, dopo che ne è scaturita una presentazione effetto “risveglio delle coscienze” per degli spettatori passivi ma mai portati alla distrazione: si tratta di gente distinta e che si distingue per aver intuito l’importanza dell’estetica solo secondariamente a quella dell’autentica intellettualità.

Daniela Brancati chiarisce il significato del titolo, spiegando che Occhi di maschio… è una citazione tratta dalla sociologia femminile anglosassone degli anni Settanta. Si fa riferimento sì all’immedesimazione in un ruolo diverso dal proprio ma, in particolare, gli occhi rappresentano il desiderio maschile. E ahimè, la donna si muove in relazione a questo.

Forse è un istinto, forse no. A questo punto non si può non citare Lorenza Lei, prima donna ad aver assunto l’incarico di direttore generale della Rai: «Non tollero che si cerchi l’attenzione del prossimo con un’immagine che deteriora le altre donne».

Perciò, donne, imponete la vostra indipendenza!

Rompete il filo della maschera di burattino che indossate e portate a rivelazione la vostra mente! Sembra essere questo il messaggio implicito dell’autrice.

Dovremmo assicurarci della circolazione di questo libro negli ambienti culturali più abbietti e squallidi, meno diffusi ieri, ma la cui proliferazione oggi è di moda.

 

Francesca Ielpo

(www.bottegascriptamanent.it, anno V, n. 51, novembre 2011)

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