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Anno V, n. 49, settembre 2011
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Letteratura contemporanea (a cura di Francesco Mattia Arcuri) . Anno V, n. 49, settembre 2011

Zoom immagine Un Sud fatto
di latifondo
e di speranze

di Francesca Miletta
Iride edizioni offre un salto
nei bui anni del Fascismo
in un Meridione che si ribella


Il romanzo d’esordio di Salvatore Belcastro rappresenta un’analisi critica, quasi un’anamnesi, della situazione della Calabria durante gli anni 1924-25. Indubbiamente, un libro non adatto, parafrasando l’infelice motto, «assieme al moschetto a fare il fascista perfetto!». Non in linea con quella strategia di regime che tende a egemonizzare e controllare le risorse  intellettuali e che, passando attraverso una rivoluzione culturale, indispensabile supporto a una ideologica e politica, ha come fine ultimo una massificazione del consenso.

La storia de Il silenzio dei lupi (Iride edizioni, pp. 220, € 16,00) ruota attorno alle figure di Filomena e Gaetano e il giro di persone amiche che costituiscono una vera e propria famiglia allargata. I due sposi, nella speranza di sfuggire a un destino di povertà e privazioni, e con il sogno di poter crescere nel migliore dei modi il loro bambino Vincenzino, decidono di cogliere la possibilità, considerata alquanto ambita, di diventare mezzadri del terreno di Garga di Sotto per conto di don Luigi Barca, ricco latifondista di San Giovanni in Fiore. Le condizioni definite sono assai dure, prevedono, infatti, il versamento al padrone di canoni esagerati con una richiesta di frutti che la terra non riesce a dare. Filomena, poco istruita ma di matura capacità critica, si interroga segretamente, in una sorta di conflitto interiore, sulla convenienza del contratto ma, la prospettiva di non poter altrimenti sfuggire al destino delle Meriche, le impone una scelta obbligata.

 

Il tema del latifondismo, dell’emigrazione e le ripercussioni della politica nazionale sulla questione meridionale

La realtà è assai lontana dai loro sogni. La situazione, insostenibile fin dall’inizio, si inasprirà fino a precipitare nel 1925, con la campagna del grano fortemente voluta dal governo Mussolini, che con l’intento di accrescere la produttività delle superfici coltivate, renderà ancora più disperate le condizioni dei contadini meridionali, costretti a pagare l’alto dazio. Il clima di insofferenza diffuso in tutta Italia, esacerbato dalle violenze delle squadre d’azione fasciste, dalla mancanza delle libertà fondamentali (la libertà di associazione, di parola, di manifestare il proprio disappunto nei confronti di una politica accentratrice e padronale) avrà le sue tristi e funeste conseguenze il 2 agosto 1925. La necessità storica si rivelerà assai crudele.

 

Volontà di riscatto e repressione violenta

Quel 2 agosto, infatti, il popolo stanco dei soprusi, con coraggio, sorretto dalla consapevolezza della legittimità delle proprie rivendicazioni, con il capo alzato e determinato nel proposito di riprendere in mano, con fierezza, il proprio destino, scende spontaneamente in piazza provocando la reazione violenta del potere. Un potere che ostenta forza con l’uso delle armi di fronte a una massa inerme, per nascondere la propria fragilità e mostrando, al contempo, la propria insensatezza. Il bracciante sangiovannese, guidato dallo stesso desiderio che aveva animato le masse meridionali al termine della Prima guerra mondiale, i contadini di Casignana, e che animerà in seguito quelli di Calabricata, di Petilia Policastro, di Isola di Capo Rizzuto, di Melissa, e molti altri, diverrà espressione della volontà di riscatto da un processo storico che ha visto le classi rurali del Mezzogiorno sempre soggiogate e asservite. Un desiderio di libertà che voleva dire fine dello sfruttamento servile, continuità del lavoro e proprietà della terra. Diventerà parte di quel processo storico che, nonostante la scomparsa del latifondismo, non può dirsi ancora terminato.

 

L’importanza della memoria. La rievocazione del passato come indispensabile strumento per la comprensione dell’oggi

Nonostante alcune piccole imprecisioni storiche e difetti di editing, il libro ha una facilità di lettura che apre la via a una conoscenza di tipo storico-culturale di un territorio ricco ma spesso ignorato. Un modo, forse, quello del romanzo storico, per cercare di avvicinare adolescenti e ampi strati sociali a delle profonde radici, proprie ad ognuno e troppo spesso minimizzate, ignorate o ancor peggio negate. L’autore, medico ed emigrato in Emilia, diventa testimone di una volontà precisa, quella cioè, nonostante le contraddizioni della propria terra che affascina e si disdegna, dalla quale si è attratti e respinti, di voler cambiare qualcosa, di cercar di comprendere quello che siamo attraverso quello che siamo stati in modo da far girare finalmente la ruota per il verso giusto... perché raccontare è resistere. Riuscito è l’uso di lemmi del dialetto sangiovannese, fondamentale per non allontanare, con il rischio di snaturare, i fatti narrati dal luogo in cui sono avvenuti. Di ausilio risulta perciò il glossario dei termini dialettali posto alla fine.

 

Francesca Miletta

 

(www.bottegascriptamanent.it, anno V, n. 49, settembre 2011)

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