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A. XIV, n. 151, aprile 2020
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Dibattiti ed eventi (a cura di Natalia Bloise)

Se il consulente filosofico “cura” l’individuo...
di Maria Ausilia Gulino
A Pordenonelegge abbiamo assistito a un singolare incontro con i fautori
del pensiero debole, secondo i quali “curarsi con la Filosofia” è possibile


Da qualche anno ha preso piede la figura del consulente filosofico, una nuova professione formata da specializzazioni post laurea che puntano l’attenzione sulla “cura” e sulla Filosofia. Master di questo tipo sono banditi dall’Università “Ca’ Foscari” di Venezia, ad esempio.
In occasione della festa del libro con gli autori, denominata “Pordenonelegge”, tenutasi appunto a Pordenone dal 21 al 23 settembre, domenica 23 alle ore 16:00 presso il ridotto del teatro “Verdi”, abbiamo preso parte alla discussione e presentazione di questa originale figura emergente.
Hanno presieduto Giorgio Giacometti, lo studioso che ha funto da coordinatore, Neri Pollastri, ricercatore e uno dei primi consulenti filosofici, Pier Aldo Rovatti, docente di Filosofia contemporanea nell’Università di Trieste e coniatore del pensiero debole.

La Filosofia può curare?
È ormai una vecchia domanda quella della possibile cura da parte della Filosofia, che di questi tempi sta tornando in voga.
Questo tipo di pratica era originariamente diffusa in Germania, poi in Inghilterra e da lì ha fatto un po’ il giro dei paesi occidentali. In pratica il consulente filosofico, secondo Pollastri, non è altro che il filosofo il quale si mette a disposizione degli uomini che vogliono affrontare il disagio della loro vita.
La Filosofia come consulenza filosofica, quindi, può curare; ma per far sì che ciò avvenga bisogna innanzi tutto creare una critica sociale.
Attenzione a non confonderla come terapia. Sappiamo, infatti, che la legge Ossicini vieta a chi non è medico di effettuare terapia. Secondo Pollastri una persona malata che entra in uno studio di consulenza filosofica, lascia la sua malattia fuori dalla porta insieme al soprabito.
In questo caso ascoltare una persona significa prendersi cura di essa?
Ci si può curare lasciando fuori i condizionamenti e dunque ciò che comporta la società?
Inoltre: la Filosofia come cura potrebbe, così, acquisire maggiore valore? Rovatti fa un tentativo e avverte l’esigenza di dire che bisogna fare il punto della questione.
La consulenza filosofica non è terapia. E cita un suo testo: Consulente filosofico cercasi. Sembra un titolo di richiamo; in qualche modo incita il fruitore a cercare questo professionista, riallacciandosi alla questione della “formazione” del consulente. In Germania la situazione è diversa, ovvero più compresa, perché legittimata. È la medesima qualità della Filosofia di cui siamo in cerca noi in Italia in fondo. Forse potrebbe avere a che fare con la malattia che lasciamo vicino al guardaroba, a cui abbiamo accennato poco fa.
A un certo punto tra i presenti è intervenuto un medico, il quale ha affermato che anche il metodo terapeutico fa riferimento al mondo circostante e non usa esclusivamente il farmaco. Solo che i medici non si chiamano consulenti.
Rovatti racconta che, quando era studente, il suo maestro Enzo Paci gli aveva insegnato a rispondere alle domande solo in due modi: sì o no. Quindi alla domanda “la Filosofia può curare?” egli risponde: «no, e non vuole neanche curare perché non è terapia. Ma la parola “cura” secondo Heidegger significa “prendersi cura” e a questo punto, alla medesima domanda, è possibile rispondere sì perché si tratta di un prendersi cura dell’individuo».
In breve la Filosofia può curare se stessa e quindi interessa quelli che si occupano di Filosofia, i quali, poi, diventano i consulenti che aiutano gli altri. Essa ha dentro se stessa una sorta di purezza (“puro” al di fuori dei dispositivi del potere) secondo gli insegnamenti di Foucault. La frase del guardaroba ricorda Bertold Brecht a proposito del teatro borghese, visto che un tempo, quando si andava a teatro, si lasciava fuori tutto, anche i problemi.
La Filosofia può curarci dalla malattia di pensare di essere tutti malati. Solo che l’immagine del guardaroba può essere fuorviante. La società ci sta caratterizzando, perché è quasi normale essere malati.

Diversi modi di intendere la “cura”
Secondo Pollastri non tutti i consulenti filosofici hanno la medesima concezione “operativa”. Ognuno è libero di scegliere e/o di abbandonare.
Il consulente filosofico, ad esempio, deve usare il dialogo quando questo stesso lo richiede. Ed è chiaro che subentra anche la necessità di fare riferimento ad alcuni autori piuttosto che ad altri. Del resto ognuno ha il proprio punto di riferimento nella vita. Ma ricordiamo che tutto della storia del pensiero è utile. Poi dipende dalle vicende biografiche (chi abbiamo incontrato all’università ecc.), tenendo sempre presente che quello che non si conosce è sempre una grossa lacuna.
Pollastri sottolinea che “cura” ha un significato molteplice. La Filosofia può prendersi cura di noi stessi. Ma questo termine nella nostra cultura si riferisce alla terapia, e come abbiamo detto la Filosofia non risolve i problemi, li cambia, addirittura, forse, li aumenta. Le psicoterapie vogliono guarire le persone, ma non si rivolgono al mondo, alla società. Se da un lato Heidegger dice di isolarsi, da un altro ci si può persino “chiudere”: e questo rischia di diventare un grosso limite.
Probabilmente una soluzione potrebbe essere quella di distanziarci da noi stessi, così cambiamo anche noi e il nostro modo di vedere le cose. In questo modo Pollastri si decide ad affermare che il consulente filosofico non c’è e non ci sarà mai perché non si può rinchiudere la Filosofia in una formula in quanto questa risponde alle domande sempre in maniera aperta.
Del resto ancora non abbiamo uno spazio sociale per una simile pratica filosofica.

Ironia e polemica
Rovatti prova a soffermarsi su teoria e pratica. Sappiamo tutti che la Filosofia nasce come pratica e continua in qualche modo ad esserlo. Il problema è che questo aspetto della pratica è stato “coperto”, lasciato da parte secondo il professore. E quando qualcuno vuole riprenderlo ecco che, magari, si sente dire «sei un dilettante». Da questo punto di vista si pensa che bisogna irrobustire le consulenze filosofiche. Bisogna scegliere il metodo per entrarci e sostenerle. In che modo? Magari costruendo una genealogia delle verità nella quale chiaramente non possono entrarci tutti i filosofi!
La libertà bisogna crearsela attraverso degli strumenti che possano irrobustire la posizione. E non a caso Pollastri nel suo ultimo libro, per la prima volta, parla di “ideologia della filosofia”.
Ogni consulente filosofico ha una sua visione del mondo. La Filosofia ha una sua ideologia: sospende il giudizio e lo costruisce dopo averlo analizzato, quindi non è neutrale!
Un approccio filosofico, poi, considera anche “l’esterno”, quindi adesso siamo giunti ad avere anche la criticità di cui parlavamo prima.
A un certo punto dell’incontro assistiamo a un intervento polemico, che punta il dito contro tutto ciò che è stato detto da Pollastri e Rovatti: «dovreste chiamarvi con un altro termine, perché in azienda il consulente analizza e dà delle soluzioni. Il vostro consulente, a quanto pare, rimane una figura anonima». Il coordinatore ha concluso affermando: «è chiaro che il termine in questione viene usato con ironia!».
Diciamo pure che dai sostenitori del pensiero debole era semplicemente assurdo parlare di Filosofia pretendendo risposte concrete.

Maria Gulino

(www.bottegascriptamanent.it , anno I, n. 3, novembre 2007)
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